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“Le fusioni non possono essere obbligatorie ma volontarie e per essere davvero volontarie devono venir scelte dalla maggioranza dei cittadini di ciascuno dei comuni oggetto di fusione: non ha senso contare i voti complessivi, in questo modo i comuni grandi fagocitano quelli più piccoli. Non possono essere i cittadini di un Comune a decidere cosa succederà in un altro Comune. Altrimenti non parliamo di fusioni ma di vere e proprie “annessioni” dei comuni più piccoli da parte dei più grandi. In questa maniera è palesemente violata la libertà di decisione di una comunità, la libertà di affermare la propria identità territoriale e la propria visione di gestione del territorio e organizzazione dei servizi. Se poi si vogliono forzare arbitrariamente i meccanismi democratici per operare fusioni di enti locali che sono state decise altrove, aiutando queste operazioni con allettanti incentivi economici, si abbia il coraggio di assumersi tutta la responsabilità del caso e si eviti la farsa del referendum“. Questo il commento di Tommaso Fattori e Paolo Sarti di Si Toscana a Sinistra a seguito dell’approvazione della risoluzione proposta dal PD in Consiglio regionale.

 
“Esiste davvero la pressante esigenza di ridurre in modo drastico il numero dei Comuni in Toscana? Sembra che l’unica bussola che oggi guida il PD sia il “gigantismo burocratico”, a tutti i livelli: si vogliono costruire macro-Regioni, macro-comuni, macro aree vaste per l’organizzazione sanitaria, macro ATO di livello regionale per la gestione dei servizi, senza ricordare che gli ATO si chiamano “ambiti territoriali ottimali” perché dovrebbero essere definiti in modo da permettere di gestire in modo ottimale un servizio, farli dunque coincidere con i confini amministrativi è del tutto privo di senso. A giustificazione del gigantismo e della centralizzazione si porta sempre il risparmio che ne conseguirebbe, ma facciamo attenzione perché l‘esperienza ci mostra che spesso la grande struttura significa burocratizzazione, sprechi e minore efficienza. E significa perdita di democrazia e allontanamento delle scelte dai territori e dalle comunità. Dopo di che è arduo tornare indietro”.

 
“Se ci guardiamo intorno, vediamo che nel resto dei grandi paesi europei il numero dei comuni è di gran lunga superiore al numero dei comuni italiani, anche nei paesi in cui sono state fatte in passato fusioni. In Germania, paese con territorio poco più grande di quello italiano, maggiore uniformità territoriale e forte articolazione federale, esistono ben 12.000 comuni contro i nostri 8.000. In Francia esistono 36.500 Comuni. In Spagna ci sono 8 mila comuni proprio come in Italia. In pratica, in Italia c’è un comune ogni 7.500 abitanti, in Germania uno ogni 7.200, in Francia uno ogni 1.700 e in Spagna uno ogni 5.600. La media europea è di un comune ogni 4.100 abitanti, quasi la metà della media italiana. Insomma, di cosa stiamo parlando? A quale modello europeo s’ispira il gigantismo burocratico del PD renziano? Oltretutto la Toscana, nel quadro nazionale, è un esempio di estrema parsimonia, con 279 Comuni contro i 1528 della Lombardia, i 581 del Veneto o i 1202 del Piemonte, con un comune ogni 13,200 abitanti, ossia 4 volte la media europea!”.

 
“Non dimentichiamo che i Comuni sono le istituzioni democratiche di maggior prossimità, più vicine alle persone. Spesso nei piccoli comuni i Municipi sono un fondamentale punto di riferimento per gli abitanti. Insomma, sono presidi di democrazia, fondamentali anche dal punto di vista economico e sociale. Sui comuni e sulle bellezze dei nostri territori dovremmo investire di più anziché smantellare forzosamente e alla cieca il sistema delle autonomie locali. Piuttosto dovremmo promuovere strutture snelle di coordinamento intercomunale per organizzare i servizi pubblici in maniera omogenea ed efficiente e per definire coerenti politiche di area”.

 
“L’utilità delle singole operazioni di fusione andrà valutata caso per caso, ma comunque dovrà essere una decisione volontaria della maggioranza dei cittadini di ogni singolo Comune, adeguatamente informati e ascoltati attraverso un percorso che preceda le consultazioni referendarie”.

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