EUCOOKIELAW_BANNER_TITLE

Sarebbe più appropriato ribattezzarlo Piano Regionale d’Austerità, perché al di là di lunghissimi elenchi di buone o cattive intenzioni, mancano le risorse per realizzarle. Questa è la realtà, non il mondo onirico presentato dalla neonata coalizione-palindromo PD-DP. Stiamo pagando il conto del Governo Renzi, che ha sprecato miliardi di euro in bonus e altre misure una tantum anziché sostenere gli investimenti pubblici, mentre altri miliardi sono andati sprecati per il colpevole ritardo con cui si è intervenuti nella crisi del sistema bancario. Rispetto alla prima versione del PRS del novembre scorso, mancano all’appello 400 milioni, e questo ha voluto dire ridurre gli importi di un gran numero di progetti, mettendo a rischio gli investimenti pubblici regionali”, affermano Tommaso Fattori e Paolo Sarti di Sì Toscana a Sinistra.

“Innanzitutto il metodo: stiamo parlando di un Piano che in più punti evoca la necessaria “partecipazione dei cittadini alle decisioni”, ma in realtà è stato redatto senza quel coinvolgimento che sarebbe fondamentale su temi così rilevanti. È stato piuttosto frutto di conflitto politico interno alla maggioranza. Un piano che mescola progetti nuovi e progetti vecchi, riproposti perché mai realizzati”.

“Per quanto riguarda i contenuti, ci sono molti elementi preoccupanti, specchio delle politiche d’austerità, a partire da un’idea di welfare che vede affidare un ruolo sempre maggiore ai soggetti privati. Guardando alle nuove risorse effettive del PRS 2017 e confrontandole con le cifre gonfiate del PRS presentato nel 2016, vediamo un quadro sconfortante di definanziamenti in settori chiave: la cifra destinata alla lotta alla povertà risulta decurtata del 70%; l’agricoltura passa da 121 a 86 milioni; l’assetto idro-geologico da 238 a 153 milioni; la cultura viene dimezzata e la sanità passa da 42 a 35 milioni. L’elenco potrebbe essere lungo, colpisce in varie settori, si pensi anche alla drastica riduzione dell’investimento sulla formazione professionale, con la conseguenza di un sostanziale dimezzamento dei beneficiari.

Dove si punta allora? Soprattutto sulle infrastrutture, un capitolo che vede arrivare 300 milioni in più rispetto alla bozza 2016 con un totale di 3 miliardi e 200 milioni di finanziamento. Ma si guarda alle infrastrutture con un’impostazione vecchia, che considera “strategiche” mega-infrastrutture inutili, costosissime, impattanti e criminogene: dalla stazione di Alta Velocità Mediaetruria fino alla Tirrenica o alla tangenziale di Pisa, dall’Aeroporto fino al sottoattraversamento Tav di Firenze, su cui la Regione continua a impuntarsi quando persino le Ferrovie hanno fatto marcia indietro. Siamo pronti invece a sostenere con convinzione le infrastrutture necessarie al territorio, e su cui abbiamo cercato più volte di stimolare la Regione: il potenziamento delle tratte ferroviarie della nostra regione e il raddoppio delle linee a binario unico, la 398 a Piombino, la Cassia in Amiata, la messa in sicurezza dell’Aurelia e della Fi-Pi-LI.

“Nel PRS ci sono anche elementi che condividiamo e su cui abbiamo molto insistito fin dall’inizio della legislatura: dalla necessità di puntare sull’economia circolare o sull’agricoltura biologica fino alle bonifiche delle aree industriali di Piombino Livorno e Massa Carrara, dalla maggior attenzione alle micro e piccole imprese al sostegno alla creazione di “reti d’impresa”, fino alla prevenzione sismica. Alcuni nostri emendamenti sulle questioni del lavoro e della formazione professionale, della tutela del paesaggio o della banda larga sono stati approvati, ne siamo contenti. Dispiace che siano stati bocciati gli emendamenti che cercavano di risolvere alcune grandi contraddizioni presenti nel PRS: come si può da una parte affermare di voler sostenere il biologico e dall’altra finanziare un vivaismo ad alto input chimico? Chiedevamo di incoraggiare la transizione a un vivaismo in grado di limitare l’uso di fitofarmaci. Come si può sostenere di voler combattere inquinamento e cambiamento climatico progettando megainfrastrutture inquinanti o senza obbligare Enel a convertire le centrali geotermiche amiatine con tecnologie a zero emissioni? Incomprensibile, poi, che il PD abbia bocciato un emendamento che puntava a contrastare le delocalizzazioni, chiedendo che le imprese che ricevono finanziamenti pubblici debbano restare per almeno 15 anni sul territorio regionale, pena la restituzione dei contributi ricevuti. Un meccanismo semplice, al centro di una nostra proposta di legge appena presentata”.

 

Commenta