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L’autonomia delle Regioni c’è già come pure la disuguaglianza delle cure, bisogna soltanto tornare indietro, non ci sono margini per trattare. Presenteremo una proposta di risoluzione perché il Consiglio regionale prenda posizione per bloccare qualunque richiesta di regionalismo differenziato da parte della Toscana”. Lo ha detto il consigliere regionale Sì-Toscana, Paolo Sarti, nel corso di un convegno dedicato al Regionalismo differenziato, in Consiglio regionale.

La Giunta della Regione Toscana -ha osservato Paolo Sarti- nei mesi scorsi ha chiesto il regionalismo differenziato su ben 10 materie. Ora Rossi si vuole opporre. Bene che si opponga, ma sia chiaro che non c’è alcun modello toscano da proporre. La riforma è solamente da bloccare, a partire della conferenza Stato Regioni. Il regionalismo differenziato esiste già nella realtà, si pensi alla diversificazione tra le Regioni per i vaccini o alla migrazione sanitaria sostenuta dalle Regioni che ne hanno le risorse. Si deve tornare indietro”.

Al convegno sono intervenuti, tra gli altri, Gianluigi Trianni, del Forum Diritto alla Salute, già direttore sanitario di Careggi dal 1995 al 2000, Massimo Villone, presidente Coordinamento Democrazia Costituzionale, Ivan Cavicchi, docente Università Tor Vergata Roma, Stefano Cecconi, responsabile sanità Cgil, Paolo Sarti, consigliere regionale di Sì-Toscana a Sinistra.

Il pericolo -osservano gli organizzatori del convegno- è che questa autonomia normativa sia utilizzata per espandere il cosiddetto secondo pilastri, ovvero quello dei fondi integrativi, un rischio che può accompagnare il fallimento del regionalismo anche per la gestione degli appalti per la sanità e per il mercato del lavoro”.

Il problema vero -ha affermato Gianluigi Trianni- è il definanziamento a livello nazionale, prima di tutto c’è da battersi contro queste politiche. Ci opponiamo anche alle detrazioni fiscali, che rappresentano ulteriori risorse sottratte dal sistema sanitario nazionale”.

Questa è una brutta storia -ha detto Stefano Cecconi- non solo per i contenuti che ha, ma per il contesto in cui si colloca, un contesto politico, sociale e culturale difficilissimo. Questa riforma porta avanti l’idea di secessione della comunità, di rottura dei legami sociali. Una situazione complicata dall’assenza di sponde politiche certe e forti a sinistra. Ma è una storia che arriva da lontano, non da questo Governo. Già nel 1997 organizzammo, con Cisl e Uil, un’enorme manifestazione in reazione al secessionismo leghista”.

“La giustificazione delle Regioni -ha detto Ivan Cavicchi- è uno scambio: siccome voi i soldi non ce le date, dateci più potere. Siccome non mi dai i soldi che mi servono, dammi la libertà di arrangiarmi, in un modo pericoloso. Se noi regionalizziamo le norme sulla formazione, rischiamo di avere dei medici veneti completamente diversi da quelli della Calabria, e così gli infermieri. Questo tema dei profili professionali è importante perché è quello che garantisce l’universalismo di fatto. Devi dare un medico o un infermiere uguale per tutti”.

Il professor Massimo Villone ha spiegato che ci sono due vie legali per tentare di bloccare la riforma del regionalismo differenziato, ma anche perché comunque non se ne possono attendere gli effetti nefasti: “un parlamentare che si vede impedito a partecipare ad una riforma di questa portata, può rivolgersi alla Corte Costituzionale. Dopo l’approvazione c’è la possibilità di un’impegnativa diretta da parte dei presidenti di Regione o del singolo cittadino danneggiato per un trattamento sanitario strutturalmente inferiore a quello di altre Regioni”.

Contro il regionalismo differenziato -ha aggiunto Villone- anche il sindacato è sceso in campo, ha fatto bene ma ha fatto tardi. Si regionalizza il personale scolastico, ma anche ad esempio la sicurezza sul lavoro. La domanda è: ma il sindacato nazionale esisterà ancora dopo tutto questo?”

 

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