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 In tanti abbiamo chiesto, in queste settimane, di chiudere le fabbriche e le attività non essenziali. Chi, come me, siede nelle istituzioni lo ha fatto anche attraverso la preparazione di atti ufficiali, che, lo dico per inciso, sono ben felice di poter adesso stracciare, dato che il Governo si è finalmente mosso. Meglio tardi che mai: non polemizzo sul tempo inutilmente trascorso, dico solo che attendere ulteriormente sarebbe stato criminale. Se per fermare il contagio è necessario impedire gli assembramenti, è evidente che lasciare che milioni di persone ogni giorno uscissero di casa e si concentrassero nei cantieri, negli uffici, nei magazzini o nelle fabbriche per produrre beni non essenziali significava mettere a rischio la loro vita, quella dei familiari e in ultima istanza quella di tutta la popolazione. E’ forse un caso che il virus si sia diffuso così potentemente a Bergamo, dove con ogni evidenza le attività economiche sono state protette più del diritto alla salute?
Non permettere che le ragioni dell’economia e del profitto prevalgano sulla salute e sulla vita stessa è un atto di civiltà fondamentale. Non si può morire perché obbligati a lavorare. Né si può pensare che la vita di qualche centinaio di migliaia di persone, perlopiù anziane, sia il giusto prezzo da pagare per non perdere qualche punto di PIL.
Sia chiaro, le pressioni perché la produzione non si fermasse sono arrivate da più parti, non solo da Confindustria. Lo stesso presidente della Regione Toscana, giorni fa, aveva diffuso un imbarazzante appello “agli imprenditori e ai lavoratori” per non chiudere le fabbriche e “comparti produttivi fondamentali per l’export” perché ciò porterebbe ad “un calo di produzione della ricchezza che sarebbe davvero esiziale per la nostra regione”. “Non possiamo fermarci”, ci diceva, le fabbriche non sono state chiuse “neppure sotto i bombardamenti, francamente non siamo nella stessa situazione: non ci sono preoccupazioni per la vita delle persone neppure lontanamente paragonabili a quelle”. Per fortuna la linea di Enrico Rossi non ha prevalso.
Il contenimento del contagio a qualsiasi costo (“whatever it takes”, verrebbe da dire) ha radici profonde in valori culturali e di civiltà antichi. Il laissez faire è invece l’anima del neoliberismo: la morte di anziani o persone malate non blocca la funzionalità del sistema economico, e questo, per i neoliberisti, è l’essenziale.
La pandemia, in definitiva, non ha solamente mostrato a tutti che esistono beni e servizi fondamentali che devono essere posti al di fuori delle leggi del mercato, a partire dalla sanità pubblica, ma costringe a riflettere (e a decidere) sui valori fondanti della nostra società.

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