Pubblichiamo volentieri questo contributo alla discussione di Daniela Chironi, portavoce di Firenze Città Aperta e assegnista di ricerca in Scienza politica presso la Scuola Normale Superiore.

Il 20 e il 21 settembre le cittadine e i cittadini toscani sono stati chiamati al voto per il rinnovo del Consiglio regionale e la scelta del nuovo Presidente della Regione. I risultati elettorali sono stati più che deludenti per chi, come me, aveva sperato nella possibilità che la “Toscana a SÌnistra” guidata da Tommaso Fattori potesse passare la soglia del 5%. Uso volutamente il verbo “sperare” perché le condizioni oggettive erano tanto sfavorevoli alla buona riuscita dell’operazione da richiedere una massiccia dose di ottimismo della volontà. La nostra proposta politica ha raccolto 46.272 voti assoluti, pari al 2,86%, perdendo ben 36.915 voti e 3,4 punti percentuali rispetto al 2015 e passando da due consiglieri a nessun eletto. 

Una simile débâcle richiede un’analisi profonda, che – mi perdonerete – non può essere sintetica e deve focalizzarsi su due aspetti: 1) le caratteristiche del contesto politico; 2) le responsabilità di coloro che hanno costruito e presentato Toscana a SÌnistra, fra i quali sono compresa anch’io. Questo articolo si prefigge dunque di assumere il duplice carattere di analisi politologica e di autocritica costruttiva.

Partiamo dunque dal contesto. 

a) Il sistema politico italiano è fortemente bipolare da trent’anni. Questo bipolarismo è stato “fabbricato” attraverso leggi elettorali tendenzialmente maggioritarie a tutti i livelli (nazionale, regionale e comunale) ed è ormai entrato a far parte della cultura politica degli elettori. Una breccia nel bipolarismo si era aperta nel 2013, in conseguenza dell’ascesa del Movimento 5 Stelle. Nato come partito fortemente innovatore nei modi, nei contenuti e nelle strategie, persino il 5 Stelle è stato riassorbito nel meccanismo bipolare già con le elezioni del 2018. 

b) Le dinamiche nazionali si ripercuotono enormemente sui livelli sub-nazionali. Molto più che nel passato, le elezioni regionali e comunali che interessino regioni grosse e città importanti diventano momenti nazionali, sulle quali si accendono i riflettori mediatici e l’interesse politico. Lungi dall’essere fatti circoscritti, esse divengono dei “test” per valutare la tenuta dei partiti maggiori e ciò è tanto più vero quando interessano le aree di tradizionale radicamento territoriale delle forze di centrodestra e centrosinistra, come dimostrano i recenti casi di Emilia Romagna e Toscana. 

c) Entra dunque in gioco il peso del sistema dei media che, in base a logiche consolidate e tutto sommato comprensibili, tende a “premiare” i partiti di livello nazionale, i quali dispongono di rappresentanti eletti a vari livelli e di portavoce riconosciuti. Non escludo che per i media possano diventare interessanti anche alcuni fenomeni politici locali, ammesso che abbiano alcune caratteristiche fortemente attrattive e “notiziabili”, ma le esperienze locali scollegate da qualsiasi riferimento nazionale soffriranno sempre di una certa mancanza di riconoscibilità.

d) La nostra sinistra, chiamiamola “radicale” per comodità, opera oggi in assenza di un partito nazionale unitario, di figure politiche conosciute, di parlamentari eletti in Europa o nel parlamento nazionale (salvo qualche rara eccezione), d’intellettuali e artisti d’area. Esiste invece una frammentazione di sigle e di simboli senza precedenti che rende particolarmente difficile comunicare verso l’esterno un’identità e un messaggio chiari. La mancanza di un soggetto nazionale unitario e riconoscibile – ce lo ripetiamo da tempo – è un fattore di grande debolezza ormai in ogni tornata elettorale, e lo è stato in particolar modo in elezioni regionali che stavolta hanno assunto una forte dimensione nazionale più che di confronto sui temi toscani.

e) La frammentazione si riflette in opzioni strategiche e alleanze continuamente mutevoli, che rendono impossibile offrire all’elettorato un nome e un simbolo riconoscibili e durevoli nel tempo. È accaduto anche al nostro progetto regionale, trasformatosi da “SÌ Toscana a Sinistra”, con un “SÌ” fortemente visibile nel simbolo, in “Toscana a SÌnistra”, e avendo fortemente modificato anche il logo per certificare le mutate alleanze alla base della coalizione. Una parte dissidente del partito Sinistra Italiana ha infatti considerato necessario costruire una lista di appoggio al PD insieme a note personalità di sinistra e al partito MdP-Art. 1. Quest’ultimo, se da un lato non aveva mai fatto parte di SÌ Toscana a Sinistra, dall’altro era stato alleato con gli altri pezzi della sinistra “radicale” appena un anno fa alle elezioni comunali di Firenze. Nel frattempo, il progetto regionale di Fattori si arricchiva di Potere al Popolo, ma perdeva il P.C.I. che si è presentato da solo, dopo aver posto come condizione irrinunciabile per proseguire il percorso comune la presenza della falce e martello nel simbolo. 

Parliamo di un rimescolamento che dà vita a due liste di sinistra con programmi pressoché identici e simboli simili, ma scelte di collocazione strategica opposte: l’una (Toscana Civica Ecologista) in appoggio a Eugenio Giani – pur in dichiarato contrasto con il programma del suo candidato Presidente- e interna alla coalizione di centro-sinistra; l’altra in appoggio a Tommaso Fattori e collocata fra gli sfidanti di sinistra, accanto al Partito Comunista di Rizzo (con candidato Salvatore Catello) e al Partito Comunista Italiano (con candidato Marco Barzanti), stavolta entrambi in grado di correre autonomamente grazie alla riduzione di 2/3 delle firme necessarie a presentare le liste.

f) La campagne elettorali contemporanee sono sempre più costose e spregiudicate. Esse richiedono delle vere e proprie “macchine della comunicazione”, sul modello americano. Oltre a dei bravi grafici, servono professionisti della comunicazione per gestire più mezzi contemporaneamente: i social networks (Facebook, Instagram, Twitter, Tik Tok, WhatsApp, siti internet) e i media mainstream. Occorre generare un’infinità di contenuti, idealmente differenziati a seconda del canale (slogan, grafiche, post, dirette video, comunicati stampa, materiale tradizionale come manifesti e volantini, testi per discorsi pubblici siano essi comizi o interventi ai dibattiti). È necessario produrre eventi, azioni e dichiarazioni “notiziabili” tentando d’imporre una propria “definizione della situazione”, anziché subire passivamente la narrazione che i media daranno del proprio partito o candidato. Più soldi hai, più visibilità ti compri: manifesti sugli autobus, vele che girano per la città, mega incontri nei teatri, nei palazzetti o nei locali e così via. 

Conta soprattutto impostare una strategia (essenzialmente scegliere se fare una cosiddetta campagna di conquista o di difesa, decidendo anticipatamente a chi si vuole parlare), valutarne in corso d’opera l’efficacia (attraverso costosissimi sondaggi) e nel caso rafforzarla o modificarla. Questa è assolutamente, forse tragicamente, la nuova normalità della politica. Quella che in Italia è stata definita “la Bestia” di Salvini non è nient’altro che uno staff, uno staff di comunicazione pagato, il cui scopo è aumentare il gradimento della merce “Lega” e Matteo Salvini. L’errore consiste nel pensare che non esistano in giro altre “Bestie” disposte a cedere molto all’etica per raggiungere il proprio scopo. Dietro la vittoria di Eugenio Giani in Toscana, ad esempio, c’è lo stesso spin doctor che guidò la campagna di Stefano Bonaccini in Emilia Romagna: è Marco Agnoletti, già portavoce di Renzi e Nardella e direttore dell’agenzia Jump Comunicazione. In un articolo su La Repubblica, Agnoletti viene incluso “tra i teorici del terrorismo e della paura, strategia per mobilitare la sinistra”. Con un post su Facebook, Angoletti stesso – dopo aver ribadito l’ipotesi della “contendibilità” della Toscana – conferma di aver drammatizzato i dati di sondaggio, perché necessario per provocare una reazione: “Serviva una reazione forte della Toscana. E per questa reazione serviva che lo scenario fosse chiaro a tutti e l’averlo un po’ drammatizzato penso sia stato utilissimo per provocare questa reazione. Che c’è stata forte e chiara. Mi scuso quindi con tutti coloro che hanno subito il mio terrorismo psicologico”. 

Dalla descrizione del contesto sopra esposta consegue che Toscana a SÌnistra ha corso per uno spazio politico ristretto (cioè lo spazio a sinistra esterno alla competizione bipolare) e affollato (perché abitato da quattro liste concorrenti che competevano per bacini di voti sovrapponibili: Toscana a SÌnistra; Sinistra Civica Ecologista; PCI; PC). L’impresa si complica se si considerano: il meccanismo elettorale che assegna un premio di maggioranza pari al 60% dei seggi (cioè 25 su 40 seggi) alle liste collegate al candidato Presidente vincitore che abbia conseguito più del 45% dei voti validi al primo turno, conferendo poteri amplissimi alle forze di governo; i richiami al voto utile che sono insiti nella sfida bipolare, soprattutto laddove la posta in gioco raccontata sia il passaggio di una regione da un colore politico a un altro; l’uso continuo di sondaggi e la conseguente costruzione di una percezione che tende a reificarsi (sono fra coloro che ritiene che sia in Emilia Romagna, sia in Toscana i dati di sondaggio abbiano contribuito a creare un testa a testa, più che averne fotografato l’effettiva esistenza); la nostra difficoltà d’accesso ai media per le ragioni già ricordate (alle quali si aggiunge anche più di una scorrettezza, a dire il vero).

Vi chiedete se un siffatto sistema politico mi piace? No, non mi piace per niente. Penso che vada aspramente criticato e combattuto, e che si configuri come una vera e propria “fortezza”. Tuttavia queste sono, ad oggi, le regole del gioco ed è necessario, se vogliamo che le nostre idee tornino ad avere cittadinanza nei luoghi decisionali, che ci attrezziamo per giocare come si deve

Vengo dunque al secondo lato della sconfitta, quello delle responsabilità.

Ci tengo a premettere che tutte le persone che si sono impegnate per la buona riuscita di Toscana a SÌnistra hanno dato il massimo e anche di più. Avevamo (e abbiamo) un ottimo programma di governo, l’unico in grado di prefigurare un cambiamento in meglio di questa regione con obiettivi di equità, giustizia sociale e giustizia ambientale e l’unico che proponeva una soluzione organica alla crisi in corso, orientando in modo preciso le risorse del Recovery Fund sulla base di una strategia e di una visione complessiva non rintracciabile nei programmi degli altri candidati alla presidenza; un candidato alla Presidenza molto preparato e abile nell’eloquio (che in termini “americani” si può dire abbia vinto a mani basse tutti i confronti televisivi), le cui qualità sono state pubblicamente riconosciute anche dagli avversari, e con un’importante storia di movimento alle spalle; bravi/e candidati/e nei collegi, con biografie perfettamente congruenti con la nostra visione della politica e della società, persone impegnate nelle più diverse dimensioni sociali, conosciute per le loro lotte per il lavoro, l’ambiente, i diritti civili, i diritti umani, i diritti delle donne, l’antirazzismo, per le loro competenze scientifiche o amministrative e in grado di rappresentare la varietà della nostra comunità politica. Potevamo vantare cinque anni di lavoro consiliare esemplare, che aveva prodotto il maggior numero di proposte di legge presentate da un gruppo di opposizione, sette delle quali approvate, migliaia di emendamenti presentati, di cui una parte approvati, e il maggior numero di atti d’indirizzo presentati e approvati dall’aula in assoluto; un lavoro prezioso per il quale ringrazio l’ex capogruppo Tommaso Fattori e l’ex consigliere Paolo Sarti, come pure i loro collaboratori Danielle Vangieri, Duccio Braccaloni e Marco Zanchetta. Contiamo su una bella e attiva comunità militante, sempre presente, sempre pronta: a volantinare e ad attacchinare, a organizzare eventi culturali, di protesta o conviviali, a raccogliere cibo e abiti per chi ne ha bisogno, a impedire sfratti o sgomberi. Non è bastato.

a) Abbiamo sottovalutato l’asprezza delle condizioni sistemiche, pensando che i nostri punti di forza potessero bastare a sopperire alle nostre mancanze.

b) In assenza di un radicamento territoriale capillare, abbiamo pensato che avere le liste civiche comunali in coalizione consentisse di traghettare i voti raccolti alle elezioni comunali in varie città verso la lista regionale, in qualche modo tamponando la debolezza delle nostre organizzazioni in molti collegi. In verità, le elezioni comunali attivano energie e passioni che sono direttamente collegate alla prossimità territoriale e non sono facilmente trasferibili al livello regionale, se non nei rarissimi casi in cui le liste civiche si sono costituite in soggetto politico stabile. 

c) Abbiamo utilizzato un argomento che non ha convinto il nostro elettorato. Si tratta della tesi delle due destre, secondo la quale centrosinistra e centrodestra sarebbero tanto simili da essere sovrapponibili. Questa similitudine è effettiva se si guardano i programmi e le politiche pubbliche, ma rimangono delle differenze percepite come importanti se si guarda invece alla qualità del personale politico che milita nei due campi (forse non è così in regioni dove i partiti del centrodestra hanno una lunga tradizione di governo) e al discorso pubblico e all’immaginario proposti dai due schieramenti. Sebbene io continui a considerare assolutamente fondamentali i programmi, per una buona parte dei nostri elettori le differenze sugli altri piani, per quanto sfumate, sono state sufficienti a dirottarne il voto verso il candidato che aveva concrete possibilità di vittoria. I programmi sono assai poco conosciuti, quasi mai letti, e orientano l’elettorato rispetto alla scelta finale in misura minima. Secondo l’analisi dei flussi di voto fatta dal Consorzio Opinio Italia, il 58% dei voti che abbiamo perso rispetto al 2015 è andato, attraverso il cosiddetto voto utile, a una delle forze del centrosinistra nel 2020. La frammentazione ha fatto il resto: un altro 39% dei nostri voti persi è andato ai partiti comunisti.

d) Mentre non abbiamo riconfermato i voti raccolti nel 2015, non siamo riusciti a intercettare gli indecisi. L’affluenza è aumentata, ma a vantaggio dei soli partiti maggiori. Certo raggiungere il bacino degli astenuti senza un partito unitario nazionale, con pochi fondi a disposizione e con scarso accesso ai media mainstream è pressoché impossibile. A questo si aggiunge che il logo scelto per Toscana a SÌnistra mal si adattava a essere compreso e accolto da chi si sente ormai lontano, perché profondamente deluso, dalla politica tradizionalmente intesa: non bastava il chiaro riferimento alla sinistra (oramai ampiamente associata al Partito Democratico e, purtroppo, a politiche elitiste), ma si sono voluti includere ben sette aggettivi che, se da un lato “parlano” bene al mondo militante, dall’altro sono inefficaci allo scopo di recuperare o avvicinare gli astenuti. Non me ne vogliano coloro che hanno partecipato alle numerose e faticose riunioni per la definizione di questo nuovo luogo: so bene che contemperare l’esigenza di unire organizzazioni diverse facendo sentire accolta e riconosciuta la propria base d’iscritti e simpatizzanti con l’esigenza di aprirsi verso l’esterno è un compito complesso. Tuttavia, credo si possa rilevare che l’operazione non è riuscita. 

E qui hanno pesato anche due errori di comunicazione politica: l’iper-contenuto e la paura dell’attacco. L’iper-contenuto è un vizio antico: abbiamo difficoltà estrema a individuare tre punti chiave, tre proposte forti, sulle quali incentrare le nostre campagne. Sappiamo che i partiti che hanno conosciuto una rapida ascesa dopo la crisi economica del 2008 hanno fatto esattamente così (ad esempio, le 5 Stelle erano anche i 5 obiettivi da raggiungere), ma noi vogliamo parlare di tutto e vogliamo parlarne tanto. Ne consegue una comunicazione densissima, che richiede una soglia dell’attenzione troppo alta per chi è preso dai mille impegni della vita quotidiana. Se escludiamo alcuni interventi pubblici del candidato Presidente, come quelli fatti in RAI e nelle TV locali, efficaci nell’individuazione delle linee di fondo della narrazione, ma anche poco seguiti da un vasto pubblico, la comunicazione di Toscana a SÌnistra è stata complessivamente caratterizzata dall’iper-contenuto e dalla difficoltà di insistere strategicamente su pochi punti chiave. In particolare sui social network, parte rilevante di una campagna elettorale estiva e condotta durante una pandemia, sono apparsi testi e video molto densi e spesso lunghi, ma soprattutto è mancata una strategia comunicativa capace di insistere su alcuni nodi centrali con grafiche e messaggi semplificati. 

In secondo luogo, ci rifiutiamo di attaccare. Dopo essere stati individuati per anni come quelli dei “NO”, siamo così preoccupati di esporre i nostri “SÌ”, la nostra idea di futuro, che viviamo l’attacco agli avversari come un tabù. Sappiamo bene che è un tema controverso e che ad ogni attacco si ricevono insulti e critiche, specialmente sui social network (“parlate del vostro programma invece di attaccare Giani”; “se attaccate Ceccardi le date visibilità e ne rilanciate i contenuti”; “perché criticate chi vi è vicino invece di raccontare come vorreste la vostra Toscana?”, etc.). L’attacco è però necessario a definire l’identità di un gruppo politico (si viene identificati perché si è “per qualcosa”, ma anche perché si è “contro qualcuno” che alla realizzazione di quel qualcosa si oppone) ed è veramente indispensabile in una campagna elettorale. Si sarebbero potuti formulare attacchi precisi e differenziati sia a Giani (e più in generale ai partiti e ai candidati di centrosinistra), sia a Ceccardi (e a tutta la destra), tattica che ci avrebbe anche consentito di uscire dalla nebulosa delle “due destre” e chiarire i punti deboli degli uni e degli altri. Nel nostro caso, l’attacco agli avversari è stato condotto quantomeno a singhiozzo. 

Ne è conseguita una campagna senz’altro bella, perché ricca di temi e contenuti, certamente rappresentativa di un grandissimo impegno militante, ma tutto sommato tradizionale e “discorsiva” perché fatta di lunghi e faticosi tour attraverso il territorio toscano, sicuramente indispensabili, ma povera di guizzi e trovate originali, che si sarebbero dovuti pianificare e organizzare per tempo, con una vera e propria regia regionale. 

e) Come corollario del punto precedente, bisogna accettare che i programmi, la serietà del lavoro consiliare e la forza del radicamento territoriale – punti sui quali vedo che ancora s’insiste molto nel dibattito post-elettorale interno – rappresentano quella parte “razionale” della politica che è sicuramente importante, ma non l’unica e a mio avviso nemmeno la principale. Esiste una componente simbolica, emotiva, irrazionale della politica – che è poi quella che orienta le scelte della grande maggioranza degli elettori – che non andrebbe mai trascurata ed è fatta oggi (come nel passato) di linguaggi chiari e diretti, volti e figure chiave, una visione del mondo condensata in slogan e immagini. Sul piano dell’immaginario c’è molto da lavorare, ma sono convinta che l’esperienza di Toscana a SÌnistra abbia per molti versi imboccato la strada giusta: penso in  particolare allo sforzo di indicare un orizzonte di felicità e di giustizia, all’umanità al tempo stesso buona e determinata incarnata dai nostri candidati e candidate, ai colori vividi della campagna. Sono questi gli elementi sui quali bisogna insistere. 

f) E bisognerà combattere per una reale valorizzazione delle donne. Uomo era il responsabile della campagna e uomini erano i due comunicatori affiancati a Tommaso Fattori. Sul piano politico, ho assistito a riunioni tutte al maschile o quasi: è stato un grave limite. Lo sguardo delle donne deve uniformare l’intero processo di rinascita e rifondazione di una forza politica popolare in questo paese, a partire dai tavoli in cui vengono prese le decisioni. 

g) Un ultimo punto – più tecnico e in ogni caso controverso, ma che non posso qui trascurare – riguarda la sopravvalutazione del possibile ricorso al voto disgiunto da parte di molti analisti e da parte di un pezzo del nostro mondo. È questa una possibilità insita nella legge elettorale, è vero, ma difficile da comprendere e ancora di più da praticare. Prova ne sia che solo lo 0,5% degli elettori hanno scelto Eugenio Giani come presidente e Toscana a Sinistra come lista (pari a circa il 17% del nostro elettorato) e ciò è accaduto principalmente nei comuni dove le nostre organizzazioni sono più forti e radicate e quindi laddove, a fronte della “strategia del terrore” adottata dal PD, alcune/i militanti hanno deciso di reagire chiarendo a voce, certamente a malincuore, il modo per ricorrere al disgiunto in maniera corretta a coloro che dichiaravano l’intenzione di voto per il PD, “turandosi il naso”, al solo fine di impedire la vittoria della candidata Ceccardi.

L’aver elencato questi problemi non significa avere in tasca anche le soluzioni. Alcuni punti sono più facilmente affrontabili di altri, ma spero di aver aperto una riflessione positiva. Mi pare che, dopo quanto è accaduto in Toscana, non si possa più pensare di riproporre gli schemi che hanno caratterizzato la sinistra radicale dal 2008 in poi e sia veramente arrivato il momento di usare la fantasia. Sicuramente Toscana a SÌnistra ha coagulato una comunità che vorrei coltivare con cura e dolcezza. 


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