NOTA A MARGINE SUL METODO PROGRAMMATICO E SUL LINGUAGGIO

Nell’attraversare tutte le problematiche, sia nella fase di costruzione del programma di Toscana a Sinistra, sia successivamente, nell’attività all’interno del consiglio regionale, l’ottica della differenza di genere è trasversale ad ogni tematica affrontata. Se le donne e i generi non binari, non sono pensati, vengono di fatto dimenticati, e il falso neutro di solito adoperato per definire le diverse questioni in realtà è un maschile di fatto escludente.

Accanto a questo tema, emerge perciò prepotentemente quello del linguaggio. Conosciamo il suo forte valore simbolico, capace di influire sui modi di pensare e interpretare la realtà, per quanto spesso non ve ne sia consapevolezza.

Toscana a Sinistra si inserisce perciò nella fertile discussione sul linguaggio connotato in termini di genere, affinché l’uso del maschile, falso neutro indifferenziato, tanto nei documenti, quanto nella comunicazione orale, non sommerga le donne e le identità emergenti, che non solo possiamo, ma vogliamo nominare. Se, in questo momento storico, non abbiamo ancora trovato un’alternativa linguisticamente soddisfacente è solo perché la riflessione sulla scrittura inclusiva è in corso e vi partecipiamo con passione, consapevoli che questo ragionamento collettivo è il luogo di emergenza dell’identità singolare di ogni persona. Per quanto possibile abbiamo cercato di praticare l’inclusività, nelle parole e nei contenuti.

Preambolo: il COVID-19 non è uguale per tutti.Pandemia e diseguaglianze nella Toscana del 2020.

La Toscana, come tutto il territorio nazionale, è stata duramente colpita dalle misure per fronteggiare la pandemia COVID-19 con le conseguenti misure di lockdown; le chiusure, il freno alla produzione generalizzata di beni e servizi, gli incubi della malattia e l’emergenza sanitaria, hanno messo in grave sofferenza il tessuto sociale e produttivo.

Una regione già provata nella tenuta del tessuto sociale: da decenni di crescita lenta, sviluppo disarmonico e predatorio sull’ambiente, diseguaglianze crescenti con sacche di povertà assoluta in crescita, precarietà diffusa del lavoro  (da ultimo il Jobs Act), privatizzazione generalizzata dei  beni comuni essenziali (l’esempio dell’acqua è il più conosciuto, ma non l’unico), crescita sostanziale del privato nella gestione della  sanità e dell’assistenza sociale, con tagli dei posti letto in ospedale e dei servizi, ticket crescenti, liste di attesa incompatibili con la tutela della salute umana.

Gli elementi di debolezza sono molteplici e rischiano di protrarre e intensificare, anche nei prossimi anni, gli effetti del COVID-19.

Già nei primissimi mesi del 2020, ancor prima dell’arrivo del virus in Italia, la Toscana era stata costretta afrenare in modo consistente la produzione industriale, a causa del posizionamento di molta parte dell’industria regionale nei cicli di produzione internazionale. Mentre la Cina chiudeva temporaneamente il settore produttivo, prima di ogni altro paese al mondo, l’industria toscana si trovava sfornita dei beni intermedi di provenienza cinese necessari alla produzione. Nei mesi successivi queste difficoltà sono diventate ancora più drammatiche e la Toscana ne ha sofferto più di molte altre regioni italiane.

Lo stesso modello di produzione basato sulle esportazioni all’estero, ha mostrato segni di una sofferenza rilevante che potrebbe protrarsi a lungo, non solo per le incertezze legate alla crisi pandemica ancora non risolta a livello mondiale, ma anche per le tensioni internazionali determinate dalla minaccia, e in qualche misura dall’attuazione, dei dazi alle importazioni di merci negli Stati Uniti che caratterizzano fortemente le politiche del presidente Trump, indipendentemente dalla pandemia.

Infine, permangono le difficoltà del turismo, attività non episodica ma di massa, concentrata sulla costa in pochi mesi all’anno e capace di stravolgere fisicamente, socialmente e anche culturalmente gli ambienti toscani, con uno sbilanciamento mono-vocazionale delle attività produttive e commerciali, e quindi occupazionali, e con il costante aumento degli alloggi (soprattutto nei centri cittadini) destinati al mercato degli affitti temporanei e turistici.

L’industria toscana rischia tanto. In mancanza di politiche pubbliche regionali e statali che orientino il modello di sviluppo verso filiere più corte, sostenibili e circolari le difficoltà legate alla congiuntura del 2020 si tramuteranno in un’ecatombe di imprese, a cominciare da quelle più piccole, che non potranno essere recuperate in tempi brevi, impoverendo tutta la Regione in modo strutturale e nel lungo periodo.

Tutto ciò è già in corso nel mondo del lavoro.

Chi aveva un lavoro con contratto a tempo indeterminato ha visto il proprio reddito decrescere e la propria esistenza impoverirsi per effetto di lunghi periodi di cassa integrazione, spesso non ancora corrisposta o corrisposta in grave ritardo, alternata a periodi di lavoro in condizioni di rischio per la salute.

Chi aveva un lavoro a tempo determinato, in una delle varie forme della precarietà, spesso lo ha perso.

Chi vive di lavoro autonomo o di piccole attività economiche in vari settori sta passando periodi di grande difficoltà.

È dunque evidente che una politica economico-produttiva – regionale e nazionale – che inverta nettamente la rotta, non è più rimandabile: il rispetto dell’ambiente e di uno sviluppo armonioso e diffuso, socialmente inclusivo e sostenibile, la riconquista del ruolo pubblico diretto e partecipato nella gestione dei beni comuni e dei servizi sociali e nella produzione nei settori più strategici costituiscono gli assi sui quali costruire il futuro.

Ma le diseguaglianze in Toscana sono anche effetto della colpevole mancanza di politiche pubbliche che garantiscano direttamente i diritti sociali costituzionali.  Il diritto alla casa è stato subordinato all’interesse dei privati, lasciati liberi di realizzare i loro interventi speculativi.  L’accesso all’acqua e il diritto alla mobilità seguono lo stesso percorso da decenni.

Non sono mancati i finanziamenti alle scuole private, mentre gli investimenti sulla scuola pubblica sono insufficienti, così come sonocarenti i servizi per l’infanzia.

Su questa sofferenza del nostro stato sociale incombe la scure delle proposte di autonomia differenziata che finirebbero, in tutte le loro versioni, per spezzare il Paese, rompendo la solidarietà nazionale, la centralità della programmazione e dell’importanza di garantire, in tutti i settori, diritti uguali per tutte e tutti, in ogni parte d’Italia.

La pandemia, tra le altre cose, ha mostrato che tutto il mondo è interconnesso e una maggiore unitarietà dei sistemi sanitari avrebbe consentito una migliore gestione dei rischi connessi al COVID.

Toscana a Sinistra si oppone per questo ad ogni proposta di autonomia differenziata di cui chiede l’immediato ritiro.

L’inadeguatezza del welfare pubblico ricade, come sempre, sulle donne chiamate. tra le altre cose, a sostenere le necessità della cura dei figli e degli anziani, aggravatesi durante il lunghissimo periodo di chiusura.

La pandemia ha violentemente acceso i riflettori sul tema della sanità, e sul progressivo impoverimento del servizio pubblico che denunciamo da anni.

La carenza di posti letto in ospedale, da tempo sacrificati dai tagli targati PD, è un fattore di estrema fragilità per tutto il sistema. Oltretutto questa carenza non è mai stata compensata dal potenziamento di presidi territoriali, che anzi soffrono la costante mancanza di medici di medicina generale.  Le case della salute risultano insufficienti perché sprovviste di personale, mezzi e strumentazioni adeguate, mentre l’assistenza domiciliare e il numero di posti letto pubblici nei centri di cure intermedie sono inadeguati alle necessità territoriali. La privatizzazione del sistema delle residenze sanitarie per gli anziani, i malati cronici e le persone non autosufficienti ha causato situazioni gravi che hanno costituito un pericolo significativo per le persone assistite e per tutto il personale.

Denunciare quanto è successo vuol dire riconoscere che le politiche regionali del PD, in tutti gli ambiti, sono state caratterizzate da forme di liberismo proprie della destra.

Le politiche di sviluppo hanno privilegiato ilprofitto di pochi a discapito della vita di tutti. Non è forse questo il significato più esatto del termine privatizzare? Privare alla disponibilità (e ai diritti) di tutti per consegnarlo ai pochi.

Un mondo “capovolto di senso”, da anni realtà, ma che solo oggi la pandemia ha rivelato alla collettività.

Le persone più indispensabili al funzionamento dell’intera società si trovano sempre in fondo alla scala sociale, in termini di reddito, di sicurezza del futuro, di fatica fisica del lavoro, di precarietà della condizione.

Abbiamo imparato che i Comuni hanno risparmiato sulle lavoratrici e i lavoratori a tempo determinato che operano negli asili nido, nelle biblioteche comunali, nei soggiorni estivi, nell’assistenza sociale perché per risparmiare non gli hanno rinnovato il contratto preferendo continuare a tagliare i servizi ben oltre il tempo delle limitazioni imposte dalle misure contro la pandemia!

Abbiamo imparato a riconoscere la rilevanza del lavoro di chi fa le pulizie in ospedale, di chi è allo sportello delle prenotazioni, di chi si prende cura dei nostri anziani. Persone spesso soggette al rischio di perdere il lavoro a ogni cambio di appalto e alla perdita di parte dello stipendio, già inadeguato, vittime delle esternalizzazioni di servizi che oggi finalmente riconosciamo come essenziali, risultato della privatizzazione di cui abbiamo già scritto e di un sistema che si regge sullo sfruttamento intenso di lavoratrici e lavoratori.

Dobbiamo portare alla luce gli invisibili e le invisibili del modello toscano malato.

I vari presidenti delle giunte a guida PD si vantano di avere una buona sanità in Toscana, in concorrenza con il modello privato della Lombardia. Può essere anche vero, ma abbiamo imparato che se nuovi ospedali sono belli, efficienti al tempo stesso sono pagati da una drastica riduzione di posti letto e il conseguente allungamento delle liste di attesa per entrarci: Per gli interventi che non sono salva vita si aspetta uno, due, anche tre o quattro anni. Ovviamente chi aspetta è la persona che non può pagarsi l’intervento in clinica privata!

Abbiamo imparato a riconoscere l’importanza del lavoro delle infermiere e degli infermieri, dei medici, degli OSS, dei tecnici sanitari, degli operai delle manutenzioni, delle lavoratrici e dei lavoratori delle lavanderie delle divise sanitarie. E abbiamo scoperto come questo lavoro sia spesso sfruttato, ignorato, bistrattato dalle stesse politiche pubbliche della Regione.

Abbiamo imparato a riconoscere l’importanza degli e delle insegnanti, degli educatori e delle educatrici, chiusi in casa come molti, spesso precarie e precari, senza mezzi tecnologici forniti dallo Stato, eppure rimasti la finestra sul mondo e la porta di accesso alla costruzione del futuro per le bambine e i bambini, i ragazzi e le ragazze.

“I milioni del cui lavoro vive l’intera società” ha detto un secolo fa Rosa Luxemburg: una donna, non a caso…

Noi siamo quei milioni e vogliamo irrompere nello spazio pubblico rappresentando le esigenze di un modello esistenziale solidale e, allo stesso tempo,  un modello di economia che metta al centro della costruzione e della redistribuzione della ricchezza proprio le attività indispensabili ad una vita dignitosa per tutti e tutte: la tutela della salute, e della non autosufficienza, dell’ambiente, la difesa del suolo, del territorio, del mare, delle montagne martoriate, delle produzioni agricole sostenibili, del lavoro,il sostegno della cultura, gli investimenti nella scuola e nella ricerca.

La pandemia è stato un evento imprevisto ma non estraneo al mondo in cui viviamo e al modello capitalistico che lo domina.

Essa ha fatto ripensare profondamente ai luoghi, al loro utilizzo, al ruolo delle città e dei loro spazi nella vita sociale. Ci accorgiamo oggi di quanto ci mancano gli spazi pubblici e di quanto sia necessario il bene sociale della città pubblica. Così come siano cambiati i rapporti tra città e montagna, tra città e campagna, tra le aree metropolitane e le aree montante. Rivalutare gli spazi pubblici, le periferie che non devono essere più marginalizzate riconquistando il valore sociale futuro dei luoghi pubblici.

La penetrazione delle foreste vergini finalizzate al loro sfruttamento che porta l’essere umano a contatto con organismi biologici mai incontrati in precedenza, lo sviluppo dell’agricoltura e di allevamenti intensivi, lo sfruttamento a fini commerciali di animali selvatici, la mobilità parossistica dei manager delle grandi imprese globali che consentono una più rapida diffusione di malattie infettive, le condizioni preoccupanti della qualità dell’aria, del suolo, delle acque, come specifico fattore di fragilità pronunciata della salute umana, i tagli ai sistemi di cura, sanità in primis, sono solo alcuni dei fattori (come spesso  denunciato anche dalle organizzazioni internazionali, come l’Organizzazione Mondiale della Sanità / OMS), che hanno portato al frequente rischio di pandemia negli ultimi venti  anni, fino alla pandemia conclamata del 2020.

Le diseguaglianze estreme e la condizione di povertà che si stanno scaricando su ampissime fasce della popolazione non sono così eventi naturali ma conseguenza del sistema capitalista.

Crediamo perciò che sia irrinunciabile agire da subito per assicurare a tutti i livelli essenziali di vita. Pensiamo perciò di approvare come primo atto del nuovo consiglio regionale un pacchetto riguardante diritto di effettivo accesso alla casa, alla sanità territoriale, al trasporto, ai diritti sociali e del lavoro che con vari strumenti (pattizi, legislativi, ecc.) che ha come obbiettivo un concetto semplice: non è il destino cinico e baro che decide del futuro della dignità della persona, e quindi sotto un certo livello riteniamo non si possa andare, va individuato e preteso. Non ci sono – come dice per altro anche la corte costituzionale – esigenze di bilancio, patti di stabilità, grandi proprietari o appetiti di qualche potente di turno che tengano. Saremo in grado di dettagliare per ogni comparto gli obbiettivi e gli strumenti di tali livelli minimi.

La Regione Toscana non può soltanto avere una funzione meramente amministrativa, ma deve avere una funzione istituzionale e politica anche sul piano nazionale. È l’esatto contrario del cosiddetto “regionalismo differenziato” che vorrebbe destrutturare l’unità del paese e lasciare al proprio destino ogni ambito regionale, di fronte a problemi e interconnessioni che sono addirittura continentali oltre che nazionali. Questa funzione dovrebbe esplicitarsi sia nell’avanzare proposte referendarie ad altri consigli regionali (come da dettato costituzionale) sia azioni istituzionali nelle sedi deputate, in particolare nell’individuare assi e attività strategiche su cui chiedere il ritorno al pubblico, la requisizione temporanea o la nazionalizzazione, si pensi, ma non solo, alle acciaierie di Piombino ma anche ad altre attività produttive regionali, oppure a strumenti trasportistici come quelli di servizio al collegamento con le isole. Medesimi strumenti di pressione istituzionale e politica dovrebbero essere messi in campo per la promozione di obbiettivi quali la cancellazione di legislazione nazionale fortemente lesiva dei diritti del lavoro (si pensi al Jobs Act) o della tenuta del sistema sanitario nazionale per come concepito dalla riforma del 1978, cioè universalistico e diffuso. Insomma una regione imprenditrice e innovatrice, attraverso una maggiore presenza del pubblico. Questo ruolo attivo deve essere (compatibilmente con la legislazione vigente) una funzione di intervento diretto su attività strategiche di interesse generale. Ma non solo, anche costruire un patto codificato università, regione enti locali e istituzioni nazionali ed europee per supportare ad esempio la ricerca di base, l’assunzione di tutela per le imprese in avvio. Va inoltre rafforzato il ruolo dei lavoratori nelle grandi medie aziende, dove, nella diversità dei ruoli, essi partecipino alla definizione delle scelte strategiche principali.

Infine vogliamo aggiungere la nostra consapevolezza di essere l’unica esperienza che nel contesto delle elezioni regionali esprime unanimemente e compattamente un chiaro NO al taglio dei parlamentari, e un conseguente invito agli elettori (che con una scelta sbagliata saranno chiamati a votare negli stessi giorni delle elezioni regionali) a così votare. Con il risparmio di pochi centesimi al giorno per elettore questa contro riforma della Costituzione cancellerà parte della rappresentanza territoriale e politica, concentrerà ulteriormente le decisioni nelle mani di pochi (sempre la stessa vulgata della “democrazia decidente”) e allontanerà il controllo democratico sul parlamento, acuendo la distanza fra cittadini e rappresentanti, oltre ad aprire non pochi problemi di funzionamento e bilanciamento della impalcatura istituzionale. Si tratta insomma di un furto di democrazia e un attacco all’uguaglianza del voto.

La Toscana, la sua bellezza, la sua cultura, la sua società, le sue reti di partecipazione e di impegno politico, sindacale, associativo, artistico-culturale, solidale, può essere il laboratorio dove costruire un futuro diverso per il mondo.

Toscana a Sinistra è una lista di partecipazione politica popolare, femminista, di cittadinanza, antirazzista, felice, ecologista, comunista, è parte di questo laboratorio, motore di questo cambiamento.

Dimensione 1: Il lavoro

Un piano speciale per il lavoro in Toscana

La crisi economica e la delocalizzazione delle imprese mostrano il conto anche in Toscana: il tasso di

disoccupazione, nel 2019, ancor prima dello shock della pandemia, era del 6,8%, ancora più alto dei livelli precedenti la crisi economica del 2009. I giovani e le giovani nella fascia di età tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano e non sono inseriti in un programma di formazione sono il 17% della popolazione complessiva di questa fascia di età. Le risposte messe in campo a livello nazionale non hanno fatto che peggiorare la situazione, livellando verso il basso i diritti di tutte e tutti. 

1. Lavoro giovanile

Sul piano delle politiche attive del lavoro, inoltre, i tanti e frammentari provvedimenti del Governo e della Regione, da Garanzia Giovani a Giovani Sì, non hanno prodotto né nuovo lavoro, né stabilità. Borse, alternanza scuola-lavoro e tirocinanti utilizzati in maniera impropria hanno tolto valore al lavoro giovanile, ridotto i diritti e non hanno costruito nessuna prospettiva reale. Ai giovani e alle giovani deve essere offerta la possibilità di essere inseriti in un mondo del lavoro non più incerto e precarizzato.

2. Contrasto alla precarietà

Proponiamo un nuovo progetto di politica per il lavoro: vogliamo superare il vincolo del patto di stabilità e predisporre un piano per la piena e buona occupazione, ripristinando ed estendendo i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori cancellati dal Jobs Act. Tutti i contratti di lavoro stipulati dalla regione e da imprese che eventualmente ottengano appalti da enti pubblici dovranno quindi essere a tempo indeterminato, secondo il principio di parità di diritti e salario a parità di mansione. Basta con le gare d’appalto a ribasso sulla pelle delle lavoratrici e dei lavoratori. Allo stesso tempo l’esternalizzazione dei servizi dovrà essere ridotta al minimo con la prospettiva di una definitiva eliminazione degli appalti in questo campo, re-internalizzando più o meno gradualmente i servizi pubblici ed assorbendo nel pubblico le lavoratrici e i lavoratori che oggi sono impiegati in quelle mansioni. Vogliamo un servizio che sia pubblico ed efficiente, svolto da lavoratrici e lavoratori garantiti nei diritti e nei salari. Basta con la giungla degli appalti pubblici che spesso nasconde vere e proprie centrali di sfruttamento.

3. Contrasto al lavoro nero e grigio

È fondamentale anche che la Regione combatta, con tutti i suoi strumenti, il lavoro nero e grigio. Non è accettabile ad esempio che imprese che beneficiano di concessioni pubbliche sfruttino le lavoratrici e i lavoratori agendo fuori dalla legalità: la regione dovrà quindi revocare immediatamente ogni concessione a beneficiari che utilizzino lavoratrici e lavoratori in nero o in grigio, nonché dotarsi di un apposito osservatorio con compiti di controllo ed al quale le lavoratrici e i lavoratori potranno rivolgersi direttamente.

4. Per un’economia al servizio dellepersone

Sì, crediamo in una politica che ribalti la logica dell’austerity e faccia ripartire l’economia, basata sulla conversione ecologica e sulla giustizia sociale. Un piano per il lavoro che crei occupazione innovativa e stabile, puntando sulle competenze e le specificità del nostro territorio. Toscana a Sinistra aderisce quindi alle campagne nazionali per una legge sul salario minimo nazionale e sulla riduzione di orario di lavoro a parità di salario: misure che aumenterebbero reddito ed occupazione in Italia.

Serve una nuova politica industriale nazionale e una Regione che sappia farsi imprenditrice, in collaborazione con le forze sociali, la ricerca universitaria e le comunità locali per salvaguardare il lavoro e la dignità delle lavoratrici e dei lavoratori e degli abitanti della Toscana, che come in tutta Italia vedono i propri diritti e la propria sicurezza subordinati al profitto. 

Siamo per una nuova economia, per la Toscana del futuro, che salvaguardi i settori più consolidati, rinforzi il tessuto produttivo nei suoi settori di punta e favorisca la crescita di nuovi comparti, legati al campo della salute, all’applicazione generalizzata di tecnologie informatiche nei processi produttivi e nei prodotti. Le strutture produttive toscane vanno ammodernate e messe in grado di cogliere le opportunità di sviluppo offerte dal contesto internazionale, in modo da poter produrre buona occupazione e da poterla diffondere in tutto il territorio, con il sostegno di adeguate politiche del credito, promosse anche dalla Regione.

La nuova economia è sociale e solidale: la Regione deve promuovere l’agricoltura sociale e quella urbana, le varie forme di co-produzione e condivisione, la piccola distribuzione organizzata e i mercati solidali, le nuove modalità di lavoro condiviso (co-working) e di fabbriche e fattorie recuperate. 

L’obiettivo degli enti locali nella programmazione economica deve essere quello di garantire direttamente il lavoro e la sicurezza sociale, vincolando ogni singolo investimento alla salvaguardia del lavoro, dell’ambiente e della società. Non è accettabile che i finanziamenti regionali vengano usati per ristrutturazioni aziendali che come spesso abbiamo visto e denunciato portano alla formazione di esuberi, quindi all’aumento delle lavoratrici e dei lavoratori che rischiano di perdere il posto ed il reddito per garantire il profitto all’impresa. I soldi erogati dagli enti pubblici, Regione in testa, devono contribuire alla creazione di una società più giusta, alla protezione delle fasce più deboli della popolazione e alla salvaguardia dell’ambiente, non a garantire i profitti di pochi benestanti.

Altrettanto importanti per le molte esperienze già presenti in Toscana sono le iniziative di micro finanza, di prestito sociale e di finanza etica, dove la Regione può svolgere un ulteriore ruolo di garante per l’accesso al credito per le piccole e medie imprese, con nuovi fondi di garanzia dedicati.

La Regione Toscana deve farsi parte nella rinascita e dello sviluppo del terzo gruppo bancario italiano, Il Monte dei Paschi di Siena, favorendone la permanenza nell’ambito pubblico e ripulendolo dagli interessi politico-finanziari, tuttora presenti, che ne hanno provocato la crisi. L’accesso a questo canale privilegiato darebbe impulso a processi finanziari etici e sociali per il sostegno alle cittadine e ai cittadini su tutto il territorio nazionale.

Servono un piano strategico e una legge regionale che promuovano veri e propri distretti di economia solidale, che mettano al centro un patto di supporto e collaborazione di filiera fra i vari comparti, con la supervisione di associazioni di categoria, regione e enti locali.

Va rilanciato lo strumento cooperativo recuperandone anche lo spirito più autentico, attualizzandolo con i nuovi strumenti legislativi attuali e da estendere: estensione delle agevolazioni per lo strumento cooperativo, in particolare per le cooperative di comunità, oggi rivolte in particolare alle sole aree montane e che invece dovrebbero essere generalizzate, come strumento, al fine di sostenere le piccole aziende e gli esercizi commerciali soprattutto nei centri storici e in aree omogenee.

Ripresenteremo e implementeremo il corpus di proposte di legge contro le delocalizzazioni: niente risorse o permessi per chi non firma una dichiarazione che in caso di chiusura o spostamento lavorazioni in altri paesi risarcirà i territori per le infrastrutture utilizzare e dei finanziamenti ricevuti dal pubblico.

Va elaborato e portato avanti un piano strategico della costa, dal punto di vista produttivo e quindi sul ruolo della media industria ivi presente. Siamo di fronte infatti ad un pieno fallimento delle politiche della nostra regione. Se c’è il tema della nazionalizzazione delle acciaierie di Piombino, va elaborato un piano generale di collegamento fra riconversione industriale, portualità, autostrade del mare, bonifiche e infrastrutturazione leggera che permetta di leggere e rilanciare complessivamente la produzione nella costa toscana. In tale ambito non potrà mancare l’individuazione di nuove aree di crisi complessa sulla costa toscana e il rafforzamento degli strumenti per le attuali.

Occorre anche riprendere con slancio l’azione nei settori della trasformazione dei prodotti agricoli, per i quali si apre un mercato sempre più ampio con l’affermarsi dei prodotti di qualità legati alle

denominazioni di origine, sempre salvaguardando l’ambiente ed il paesaggio dei territori ai quali le denominazioni sono legate.

La Regione può intervenire a favore dell’economia con un’accorta politica della formazione

professionale che faccia incontrare le giovani e i giovani con un mercato del lavoro dove qualità e innovazione siano l’elemento caratterizzante.

5. Per un lavoro sicuro in ambienti sani

Un aspetto che con l’epidemia COVID-19 è emerso con forza, esemplificato da scioperi ed astensioni dal lavoro delle lavoratrici e dei lavoratori di tutta Italia ed anche toscani, è quello della sicurezza e della salubrità dei luoghi di lavoro. Per questo è necessario un netto cambio di direzione rispetto a quelle che sono state le politiche portate avanti negli ultimi decenni. La Regione dovrà intervenire con un grosso potenziamento in termini economici e di assunzioni dei dipartimenti prevenzione, igiene e sicurezza delle ASL territoriali, per garantire maggiori controlli ed una migliore prevenzione di infortuni, morti e malattie professionali o contratte sui luoghi di lavoro. Toscana a Sinistra si associa inoltre alle rivendicazioni del coordinamento nazionale per il diritto alla salute con la campagna “dico 32!” sulla disciplina del medico competente: “il medico competente deve essere convenzionato con il SSN pubblico e non un semplice consulente (ricattabile) del datore di lavoro”

Sì, fermare la decrescita infelice della Toscana si può. Esemplare è la situazione delle acciaierie di Piombino: l’atteggiamento di inerzia dell’amministrazione regionale, che non ha mai avviato il piano di bonifica e continua a lasciare nell’incertezza del proprio futuro le lavoratrici e i lavoratori in cassa integrazione, ha portato ad uno stallo dell’azienda (il cui vicepresidente esecutivo è Marco Carrai, ben conosciuto amico di Matteo Renzi) col continuo rinvio del piano industriale, che dovrebbe prevedere il totale rinnovo dell’impianto con l’installazione dei forni elettrici e la bonifica del sito attuale.

Come per tutte le aree di crisi in questa regione, occorrono urgentemente tre cose: un piano industriale certo, dettagliato e con una prospettiva di lungo periodo che preveda la nazionalizzazione della proprietà; il mantenimento dei livelli occupazionali con la tutela di tutti le lavoratrici e lavoratori interessati; un rapporto coerente tra sviluppo e salvaguardia dell’ambiente.

Investimenti nei settori strategici, sostegno alla domanda, una nuova programmazione, un piano regionale per il lavoro sono la strada che vogliamo percorrere.

Dimensione 2: Sanità e società

1.    La casa e il diritto all’abitare

Gli effetti devastanti della crisi economica determinatasi con il COVID-19 incideranno in maniera pesante anche nei prossimi anni.  L’inedita crisi occupazionale e il drastico ridimensionamento del reddito familiare compromettono definitivamente il diritto alla casa, un settore in Toscana già fortemente in sofferenza (la Toscana era infatti una delle regioni con il più alto numero di sfratti per morosità incolpevole) e che ora è destinato a diventare esplosivo come dimostra, ad esempio, la ripresa delle procedure di sfratto per morosità incolpevole.

Per decenni governo nazionale e governo regionale hanno ignorato il disagio abitativo che invece cresceva, il mancato finanziamento del comparto dell’edilizia residenziale, si è tradotto in una crescita costante, e volutamente ignorata, bando comunale dopo bando comunale, di  domande per l’assegnazione di un alloggio popolare e di  sfratti esecutivi per morosità incolpevole

Le conseguenze del COVID rendono settore ancora più esplosivo. Uno tsunami è alle porte qualora si realizzasse l’automatismo perdi il lavoro e perdi la casa. La nostra priorità per il mandato legislativo è uno sforzo straordinario affinché nessuno rimanga senza casa!

La priorità programmatica è un piano straordinario per il diritto alla casa: combattere l’insorgere della morosità incolpevole con misure di sostegno all’affitto e semplificazioni delle procedure di accesso ai contributi, misure incentivanti la ricontrattazione degli affitti residenziali e commerciali per la durata della crisi economica, perché oggi responsabile delle cessazioni di attività e della perdita della casa è anche la rendita finanziaria e speculativa che nonostante la crisi economica non vuole rivedere i canoni locatori. 

Sul versante dell’edilizia residenziale pubblica è necessario un piano straordinario di alloggi da consegnare all’emergenza casa e a tutte le famiglie che da anni aspettano un alloggio; un piano straordinario per il recupero immediato degli appartamenti ERP vuoti da anni per mancati lavori di manutenzione ordinaria e straordinaria e veloce consegna; un piano casa straordinario per l’implemento di alloggi di edilizia popolare senza consumo di suolo. 

Dopo anni di vendita e svendita delle case ERP, un piano casa che abbia la priorità dell’aumento consistente di alloggi popolari da consegnare al bisogno casa programmando il recupero del patrimonio pubblico vuoto e dismesso da anni per una sua riconversione ad edilizia popolare e ad attività sociali, culturali e ricreative di rione o quartiere.

La Regione può fare molto in questo campo: 

1) incentivare i Comuni a segnalare patrimonio edilizio, a qualunque titolo pubblico, vuoto e dismesso per la redazione di un inventario da concludersi entro un anno;

2) conseguente redazione piano di recupero degli immobili (classificazione sul criterio della velocità ed economicità del recupero) e immediata cantierizzazione;

3) a partire dai 24 mesi successivi, consegna degli appartamenti recuperati da assegnare secondo le graduatorie comunali.

Lo sforzo straordinario che la crisi economica impone per fronteggiare il bisogno casa chiede di riformare profondamente gli strumenti di governo dell’edilizia pubblica.

La legislazione regionale sull’edilizia pubblica va rivista nel profondo: superare le iniquità degli articoli di dubbia costituzionalità e la filosofia di fondo che precarizza il diritto all’abitare degli assegnatari; riorganizzare la macchina burocratica per la partecipazione ai bandi; unificare i bandi, semplificare la compilazione, garantirne l’accesso a tutti e tutte.

L’obiettivo è ricostruire un sistema efficace di utilizzo delle risorse pubbliche, una programmazione regionale e una capacità di intervento della Regione in grado di superare ritardi e sottovalutazioni delle istituzioni locali, sia nel definire i fabbisogni sia nel realizzare le opere. È ora, infatti, di rimettere le cose a posto in un settore essenziale per promuovere inclusione sociale e benessere, lotta alla povertà e all’emarginazione.
L’impegno costante della Regione deve essere nei confronti del Governo per la sospensione dell’esecuzione degli sfratti per morosità incolpevole e l’aumento consistente di fondi per contributi affitto alle famiglie per cancellare l’insorgere della morosità. L’impegno nei confronti dei cittadini e delle cittadine, delle lavoratrici e dei lavoratori e dei precari colpiti da sfratto è garantire il passaggio da casa a casa. Una casa per chi ne ha bisogno, nessuno rimanga senza casa! 

La Toscana, a livello nazionale, dovrà battersi per il rifinanziamento dei progetti di nuova edilizia residenziale pubblica, in particolare dei progetti di auto-recupero attraverso bio-architettura e bio-edilizia. A livello locale, bisognerà favorire le sinergie fra comuni vicini allo scopo di registrare gli appartamenti sfitti o disabitati di proprietà pubblica e privata, procedendo anche a forme di sequestro così come avvenuto in alcune città come Roma e Palermo. Il recupero del patrimonio esistente può avvenire attraverso un investimento sostanzioso per gli alloggi di risulta, cioè alloggi lasciati dai precedenti inquilini e poi ristrutturati dalle Società e dagli Enti di gestione dell’edilizia popolare. Strumenti essenziali per fronteggiare la crisi e l’innalzamento del numero di sfratti per morosità.

1.2 E se la casa non ce l’ho?

Il tema del diritto all’abitare non può lasciare indietro le persone che vivono per strada o in luoghi non direttamente associati a domicili o luoghi abitabili. La Toscana, ogni inverno, registra numerose morti a causa della mancanza di un posto dove ripararsi e di assistenza sanitaria, nonostante l’impegno di moltissime associazioni di volontariato che si muovono sui comuni.

Rimanere senza casa significa nella stragrande maggioranza dei casi perdere la residenza e, conseguentemente, tutti i diritti ad essa connessi: assistenza sanitaria, possibilità di ottenere un contratto di lavoro, un contratto di affitto, patente, ecc.… La residenza è il vero requisito per ogni diritto sociale e di cittadinanza, al punto che la legge prevede la registrazione anagrafica per le persone senza fissa dimora presso una via fittizia, da stabilire a livello comunale.

È purtroppo cattiva prassi che in molti comuni sia difficile ottenere il riconoscimento della residenza fittizia, per diversità di requisiti o cavillosità dei regolamenti anagrafici, non solo con le conseguenti difficoltà delle persone che vivono questa condizione e delle loro esigenze, ma anche di poter avere una fotografia reale del numero di persone in estrema povertà e marginalità.

Si rende così necessario stabilire una rete tra Regione e comuni attraverso la quale definire un protocollo per l’attribuzione della residenza fittizia, al fine di meglio monitorare la fascia di povertà estrema e di intervenire in maniera mirata attraverso i fondi ad oggi destinati unicamente all’assistenza – kit freddo, distribuzione del cibo al terzo settore per mense e simili –, piano di intervento imprescindibile per una vera inclusione sociale che vada oltre la gestione volontaristica delle situazioni di emergenza.

Infine è necessario che le politiche di intervento – siano esse emergenziali che di inclusione – tengano conto delle specificità di genere delle persone a cui sono destinate, destinando quote di finanziamenti regionali a progetti per le donne e per gli altri generi non binari (ad esempio, i dormitori pubblici, spesso unicamente maschili).

2. La Scuola e l’Università

2.1 Scuola pubblica e diritto allo studio

La scuola pubblica assolve alle esigenze di educazione, istruzione e formazione delle cittadine e dei cittadini del futuro. Non è servizio ma diritto, proiezione verso una società migliore, a cui tutte e tutti devono poter accedere in condizioni di qualità e sicurezza. In questi anni, il governo di Rossi non ha fatto altro che seguire la direzione aziendalizzatrice impostata dallo sviluppo legislativo dell’autonomia scolastica, maturata con la Buona Scuola targata Renzi e PD, limitando al minimo gli interventi nel campo educativo per l’età prescolare, infanzia e primaria. La Regione è invece intervenuta pesantemente in termini di formazione professionale, forte delle direttive della Buona Scuola, trattando l’istruzione alla stregua della formazione al lavoro e costringendo gli istituti professionali ad appiattire l’offerta formativa per far fronte alla competizione con i numerosi corsi professionali promossi dalle agenzie private accreditate e finanziati attraverso finanziamenti regionali, le quali assolvono all’obbligo d’istruzione, ma non propongono di certo un percorso educativo di qualità.

2.2 La scuola è pubblica

L’amministrazione Rossi si è molto vantata, in questi anni, dell’attenzione prestata alle scuole paritarie; nell’ultimo anno scolastico sono stati stanziati 1.300.000 euro per buoni scuola di iscrizione alle paritarie dell’infanzia.

La scuola deve essere pubblica: stop ai finanziamenti alle scuole paritarie, diretti o per mezzo dei buoni scuola, e incremento dei fondi per l’apertura territoriale di asili nido, scuole dell’infanzia e primarie laddove necessario, operando anche attraverso la competenza del dimensionamento scolastico e la rete scolastica, puntando ad una progressiva riduzione del numero di alunni per classe in tutti gli ordini di scuolaall’irrinunciabile potenziamento dell’edilizia scolastica. Potenziamento di esperienze innovative di educazione prescolare, infanzia, primaria, secondaria di primo grado, ad oggi spesso inaccessibili per scarsa presenza sul territorio, o perché realizzate in scuole paritarie.

2.3 Formazione lavoro non è scuola

eFP: è necessario fermare questo mercato libero dell’istruzione, privilegiando i corsi IeFP realizzati all’interno del servizio scolastico pubblico e garantendo controlli serrati agli enti privati accreditati che spesso intercettano fasce di studentesse e studenti che il percorso scolastico non è riuscito a trattenere. 

Alternanza scuola/lavoro: quando la legge di bilancio del 2019 ha ridotto il numero di ore di alternanza scuola/lavoro (da 400 a 210 per gli istituti professionali, da 400 a 150 per gli istituti tecnici e da 200 a 90 per i licei), la Regione ha promosso finanziamenti agli istituti tecnici e professionali per ripristinare il numero di ore di alternanza previsto dalla Buona Scuola, confermando l’idea professionalizzante della scuola, opposta alla struttura educativa organica del progetto scolastico. Finanziamenti, tra l’altro, disponibili solo per gli istituti tecnici e professionali, da cui emerge in controluce la visione classista del sistema scolastico in generale. È urgente e necessario cambiare l’orizzonte politico entro il quale si pensa la scuola e il percorso educativo: la scuola non è palestra di forza lavoro, ma contesto di crescita del pensiero critico e degli strumenti per muoversi anche nel mondo del lavoro. 

I finanziamenti devono coprire progetti che vadano della direzione della qualità del percorso educativo, con programmi per l’educazione alla cittadinanza, alla lotta all’omotransfobia, al genere, all’antirazzismo, alla prevenzione dalle dipendenze (non ultima, la dipendenza da Internet), nonché laboratori di educazione umanistica e culturale soprattutto negli indirizzi che non prevedono un’offerta formativa di questo tipo. 

2.4 Lotta alla dispersione scolastica

La lotta alla dispersione scolastica non può fondarsi unicamente sulla formazione professionale regionale e l’incentivo ai contratti di formazione-lavoro per i cosiddetti NEET e Dropout. Le carenze emerse durante la pandemia hanno aumentato il fenomeno: facendo le proporzioni con le stime nazionali, può incidere su una popolazione di 150.000-200.000 studentesse e studenti toscani. È necessario dirottare i finanziamenti sullo sviluppo dell’esperienza scolastica come qualificante, soprattutto per coloro che si trovano scoperti dalla tutela legislativa – i cosiddetti BES (Bisogni Educativi Speciali – che non rientrano nella legge 170, né nella legge 104, attraverso:

  • Fondi PEZ (progetti educativi zonali) contro l’abbandono scolastico e per l’insegnamento dell’Italiano (L2); 
  • Progetti di mediazione linguistica con progetti ad hoc per sostenere le studentesse e gli studenti BES (bisogni educativi speciali) nella fase post lockdown e in vista di future chiusure;
  • Progetti di sviluppo dell’autonomia per alunne e alunni con disabilità, in formazione continua, anche alla fine del percorso scolastico.

2.5 Università

La Regione è direttamente implicata nella garanzia al diritto allo studio universitario, in Italia fortemente penalizzato da decenni di tagli e politiche miopi all’insegna della competizione. È necessario da una parte alleggerire il carico dei costi che gravano sulle famiglie – soprattutto alla luce della crisi economica causata dalla pandemia COVID-19 – e dall’altra valorizzare la componente studentesca all’interno delle città universitarie tramite l’estensione di diritti come quello a un’autentica rappresentanza politica e all’assistenza sanitaria, attraverso sconti o abbonamenti integrati sul trasporto gomma/rotaia e l’accesso agevolato a spazi diffusi di socialità che favoriscano l’incontro e non lo scontro con i residenti: strumenti di piena cittadinanza atti a costruire un vero reddito per i soggetti in formazione.

È dunque di primaria importanza costruire un sistema di servizi integrato per coloro che non hanno i mezzi per accedere all’istruzione universitaria: aumento del numero dei posti letto pubblici delle residenze universitarie attraverso il recupero del patrimonio sfitto esistente, miglioramento dei servizi mensa, e in generale di tutti i servizi di supporto. È altrettanto vitale però che la Regione, in funzione di tutelare e rafforzare tutte le strutture e i servizi garantiti attualmente, si faccia promotrice presso la Conferenza Stato-Regioni e in ogni occasione di incontro con i vari Ministeri interessati di un adeguato finanziamento e del rifiuto della logica della regionalizzazione, in analogia alla sanità,  che comporta la frammentazione del quadro normativo di garanzia del diritto allo studio, con penalizzazioni per le aree più fragili e l’accentuarsi della competizione fra nord e sud del paese. Il diritto allo studio universitario per ora si è sostenuto solo grazie ai fondi integrativi regionali (senza i quali non sarebbe stato possibile coprire tutti gli idonei), e di certo va rivendicata la fasciazione progressiva del contributo regionale (tassa ora fissa per tutti a 140€), ma tanto più oggi bisogna condurre una battaglia politica – anche all’interno delle istituzioni – per un aumento delle coperture statali. È necessario perseguire una dura critica ai LE (Livelli Essenziali di Prestazioni), ulteriore passo verso una regionalizzazione di cui abbiamo visto i danni durante la fase pandemica, e deve essere rivendicato un aumento del Fondo Integrativo Statale fino alla completa tutela per tutti coloro capaci e meritevoli ma privi di mezzi, come sancito dalla Costituzione, secondo criteri uniformi su tutto il territorio nazionale. In merito all’emergenza COVID-19 è necessario garantire il diritto all’abitare e il diritto alla mobilità attraverso forme emergenziali di sostegno al reddito. Dal momento che molti atenei continueranno a operare in didattica a distanza, è necessario intervenire per fornire – laddove necessario – gli strumenti, digitali e non, adeguati alla frequenza dei corsi e al sostenimento degli esami.

I luoghi dell’istruzione sono fondamentali nella formazione delle cittadine e dei cittadini, e da questi escono lavoratrici e lavoratori qualificati che possono svolgere un ruolo centrale nello sviluppo culturale e sociale di tutta la regione; in molti sono però costretti a emigrare a causa di un tessuto economico depresso e alla miopia delle politiche pubbliche. Deve essere dunque promossa l’integrazione tra le università e i sistemi museale e bibliotecario regionale, la creazione di tavoli di concertazione fra atenei ed enti locali, e bisogna ridare nuovo slancio agli enti di ricerca pubblici e innanzitutto alla ricerca di base, salvaguardando allo stesso tempo le quote pubbliche dei poli tecnologici – come quello di Navacchio (PI) – la cui attività deve essere indirizzata a un progetto di pianificazione funzionale a rispondere alle esigenze e ai bisogni dell’intera comunità, piuttosto che a piegare la ricerca stessa agli interessi di aziende e gruppi di potere che già hanno profondamente distorto i percorsi di ricerca di tutte le università pubbliche.

Auspichiamo che il governo centrale aumenti gli stanziamenti in Ricerca & Sviluppo. Attualmente il Paese investe nel proprio “futuro” l’1,38% del PIL, equivalenti a 23,3miliardi€ (quasi la metà assorbiti dal settore difesa!). La percentuale è bassa sia rispetto alla media della zona euro (2,15%) sia nel confronto diretto con le altre grandi economie industriali d’Europa, come la Germania (3,02%) e Francia (2,2%). Di fatto il settore R&S è unicamente sostenuto dal capitale privato. Ovviamente questo indirizzo i temi della ricerca verso forme, spesso, redditizie in un breve termine. Occorre quindi invertire la rotta, rendendo al Pubblico il ruolo di decisore per individuare i settori da sviluppare e potenziare. La Regione non ha poteri diretti su questo, ma può indirettamente favorire l’ambito R&S tramite l’incremento dei fondi destinati a borse di studio (e di dottorato) e ad assegni di ricerca, scegliendo settori di intervento che abbiano una ricaduta sul miglioramento della qualità della vita dei toscani

2.6 Edilizia scolastica e universitaria

Mai come oggi è urgente e necessario un monitoraggio degli edifici a uso scolastico e universitario presenti sul territorio regionale, operazione già avviata per poter creare le condizioni di riapertura delle scuole. È tuttavia importante e non più rimandabile una massiccia operazione di messa in sicurezza delle scuole e delle università (anche alla luce dei nuovi rischi COVID-19) e, laddove si renda necessario un incremento degli spazi, un piano di recupero del patrimonio edilizio pubblico e privato. 

3.    Cultura & Culture

Noi siamo coloro che credono fermamente che con la cultura “si mangia”: nutrimento dello spirito ma anche grande risorsa economica.

La cultura costituisce l’essenza stessa della natura della Toscana e come tale deve essere al centro dell’interesse della Regione.

La cultura è un bene comune fondamentale. È una risorsa collettiva che accresce occupazione, conoscenza e tessuto sociale, grazie ad un patrimonio diffuso in tutto il territorio. Un bene comune che deve essere gestito, oggi più che mai, per il rilancio dell’economia regionale, per generare inclusione sociale e aggregazione.

Crediamo che la cultura e la ricerca abbiano un ruolo centrale nella costruzione e nello sviluppo della nostra Comunità. Una cultura che sia fruibile per tutti perché non possiamo accettare che una Regione così ricca di opportunità da cogliere sia riservata a pochi eletti, sia nella sua gestione attivata con trasparenza anche nei rapporti con enti e o fondazioni private, così come nella fruizione che deve essere resa possibile con investimenti strutturali, personale formato e competente per rendere il nostro patrimonio culturale disponibile per tutti attraverso una programmazione di eventi regionalmente distribuiti e concertati, quanto più possibile a prezzi accessibili per tutti.

Non si comprende perché in Italia, e così in Toscana, negli ultimi decenni vi sia stata una pianificata distruzione di questa preziosa risorsa al contempo umana ed economica. 

Si è voluto mortificare in ogni modo il settore a partire dalla qualità stessa del lavoro degli addetti ad ogni livello. Il mancato turnover degli organici, il taglio progressivo dei finanziamenti e la delegittimazione sociale hanno messo in ginocchio ed emarginato la gran parte delle istituzioni culturali della Repubblica: archivi, biblioteche, musei, teatri, auditorium.

Si sono dolosamente umiliate le ragioni della conoscenza, asservendo il patrimonio ad altri fini: non quelli di una vera economia della cultura capace di generare, allo stesso tempo, lavoro e cittadinanza, ma quelli un mercato senza regole e di una privatizzazione selvaggia. 

Si è avallata senza scrupoli la moda dei “grandi eventi”, tentando di celare dietro ad essi il progressivo abbandono delle istituzioni culturali al loro destino. Dobbiamo avere il coraggio e l’onestà intellettuale di affermare che i grandi eventi spesso non sono cultura né restituiscono alla comunità risorse da reinvestire.

Il governo regionale della Toscana non ha il potere di invertire la rotta della politica nazionale, ma può e deve dimostrare che un altro modo di governare la cultura è possibile. 

La Toscana è una terra ricca di offerte culturali diversificate e noi crediamo che ad esse debbano essere destinati gli investimenti, si debbano sostenere le istituzioni diffuse sul territorio che quotidianamente generano cultura e sapere.

La Toscana ha l’onere di mantenere fruibili e protetti, aperti a tutte e a tutti, patrimoni inestimabili che appartengono al mondo intero, tuttavia ha anche il dovere di non disperdere o lasciar morire le testimonianze cosiddette minori di quella cultura che è comunque l’alveo da cui sono sorti i grandi capolavori.

È necessario impegnarsi perché siano sempre più accessibili i 666 musei, le aree archeologiche e i complessi monumentali, e contemporaneamente sottrarli all’usufrutto economico totale dei privati. 

È urgente superare la forte dialettica tra i grandi musei (Uffizi, Accademia, Torre di Pisa, Santa Maria della Scala e Duomo di Siena, ecc.) e i musei “minori” (musei di territorio, sistemi museali d’ateneo, scavi archeologici, edifici antichi, pievi di campagna), che pure costituiscono un inestimabile patrimonio storico-artistico. Per questo è necessario stanziare fondi a sostegno di queste realtà garantendo loro la possibilità di continuare a sviluppare proposte culturali, insieme alle centinaia di biblioteche civiche, agli archivi, ai teatri, gli auditorium.

Questi centri del patrimonio diffuso possono divenire luoghi di fruizione della cultura per tutte e tutti, ma anche luoghi di aggregazione, di incontro, di socialità. E possono essere il terreno fertile su cui sviluppare nuove esperienze cooperative, favorendo, con opportune politiche del lavoro e con sostegni pubblici – anche europei -, la nascita di forme d’imprenditoria giovanile e creativa che possano contrastare il monopolio delle grandi lobby che in questo momento controllano i servizi nei grandi musei italiani.

La cultura diffusa può essere il terreno per favorire nuove professioni legate alla comunicazione, al web, all’informatica, al benessere e alla salute. 

Il sistema museale, quello bibliotecario, il patrimonio architettonico, i siti archeologici, il teatro e le produzioni locali, i cinema, le attività di restauro e di studio, l’editoria e molto altro ancora sono ambiti in cui si può e si deve valorizzare l’incontro tra la competenza scientifica e l’iniziativa territoriale.

Inoltre, i luoghi della cultura capillarmente diffusi possono diventare presìdi di inclusione sociale per le fasce deboli della popolazione: anziani, disoccupati, diversamente abili, immigrati.

Nella Toscana spesso la cultura è stata accompagnata dalla conoscenza e dalla capacità di artisti operanti nelle “arti minori”, definiti forse impropriamente artigiani, che si confrontano con costi crescenti e scarsa diffusione delle loro opere. Li può aiutare il portare a livelli sempre più alti le loro botteghe, le accademie e le scuole artistiche, integrando l’offerta formativa con la richiesta di competenza.

In Toscana possiamo uscire dalla crisi proprio ripartendo dalla valorizzazione del nostro patrimonio culturale e al contempo lavorare per riorientare il modo di fare turismo. Se è vero che un Giapponese o un Americano vengono in Italia per vedere cinque cose e tanto basta, è vero anche che il turismo nazionale, ma anche quello europeo, può essere reindirizzato e vissuto in modo diverso, creando percorsi di collegamento fra le grandi opere, i grandi Musei e i piccoli centri. Due esempi: dal Museo di San Marco di Firenze si può indirizzare il visitatore a San Giovanni Valdarno dove è conservata una splendida annunciazione del Beato Angelico; dai capolavori degli Uffizi si possono indirizzare i turisti verso i paesaggi dell’entroterra toscano che li hanno ispirati. 

Alcune ipotesi concrete di attuazione:

  • Incentivare la formazione di cooperative ed esperienze di autogestione di lavoratrici e lavoratori della conoscenza (per esempio giovani storici dell’arte e archeologi) cui affidare musei e siti monumentali, in convenzione con le soprintendenze e le università toscane.
  • Sostenere la prosecuzione e la stabilizzazione di esperienze di gestione culturale ispirata al modello dei beni comuni; il recupero di monumenti abbandonati, favorendone una gestione dal basso. 
  • Finanziare eventi e mostre ma solo se se sono il risultato di ricerche scientifiche attuate sul territorio. 
  • Finanziare progetti di start up giovanili che lavorino sul nesso conoscenza-cittadinanza; progetti di formazione che rendano quotidiani i rapporti tra scuole, patrimonio, paesaggio. 
  • Rimettere le biblioteche al centro della vita dei centri storici, cofinanziando estensioni degli orari e aperture notturne. 
  • Incentivare interventi tesi a rinsaldare il nesso tra paesaggio e patrimonio storico e artistico investendo sul recupero di complessi storici legati alla produzione agricola, rimettendoli in grado di funzionare secondo un modello equo e sostenibile.

Nuova attenzione va dedicata anche a festival e tradizioni che, pur avendo già una storia consolidata, possono essere certamente migliorate nella gestione e nella fruizione non limitata ad alcuni periodi dell’anno.

Il Carnevale di Viareggio, ad esempio, è una tradizione conosciuta a livello internazionale, che nel 2023 compirà 150 anni, ma che tuttora stenta a trovare una dimensione culturale, turistica ed economica in grado di autofinanziarla e soprattutto generare interesse e lavoro tutto l’anno. È necessario valutare attentamente le potenzialità contribuendo al loro sviluppo.

Uno dei ritratti più celebri di Lorenzo il Magnifico non lo ritrae armato e a cavallo come normalmente accade per i Signori e i Re, ma seduto circondato da ogni sorta di artisti, pittori, scultori, architetti, scrittori, musicisti… è questa la nostra radice: solo se il patrimonio torna a produrre conoscenza e libertà intellettuale attraverso il lavoro, esso torna al servizio delle cittadine e dei cittadini e della vita democratica.

4.    La Sanità

  • Un servizio sanitario pubblico di qualità per tutte e tutti, in ogni territorio della Regione e nel rispetto di tutte le specificità 

La pandemia in atto di COVID-19 ha confermato la centralità della sanità pubblica nel suo ruolo di tutela della salute di tutti. Una sanità pubblica universale, liberata dai processi di privatizzazione e di aziendalizzazione delle istituzioni, a difesa del diritto alla salute, avrebbe offerto una protezione più efficace contro il disastro che stava accadendo. 

Da anni, insieme a molti altri gruppi organizzati in tutta la nostra Regione e in tutto il Paese, denunciamo come il sistema sanitario regionale stia subendo un’involuzione che ormai smentisce l’idea della “diversità toscana”. La trasformazione riguarda il modello stesso di sanità: infatti il modello dentro cui siamo e che si delinea ancor di più per il futuro è quello di una sanità a carattere aziendalista a gestione mista pubblico-privato su più livelli, in cui il privato assume un ruolo sempre più sostitutivo del servizio pubblico grazie e soprattutto al finanziamento che ottiene mediante convenzioni regionali e statali, incentivando la sottoscrizione di forme assicurative per la sanità integrativa. Si guarda da anni al modello Lombardia, la regione che meno ha saputo gestire l’emergenza, proprio per la larga privatizzazione del servizio sanitario e per la soppressione della medicina di prossimità e della famiglia.

Da anni sosteniamo l’idea che il sistema sanitario toscano come fiore all’occhiello del governo locale non corrisponda più alla realtà. Lo  sperimentano ogni giorno  tante cittadine e cittadini, che si trovano  a fronteggiare le lunghe liste di attesa e un sistema di compartecipazione alla spesa (ticket, percorso di digitalizzazione, ecc.) ideato per spingere a rivolgersi nel privato,  a pagare di tasca propria esami, prestazioni diagnostiche, visite specialistiche o addirittura, a rinunciare alle cure.

È stato fatto sempre più uso del Project Financing, appaltando a privati la costruzione di grandi strutture, come nel caso dei quattro nuovi ospedali di Lucca, Massa, Pistoia e Prato, confinanziamenti pubblici pre-contratto e la cessione della gestione al costruttore privato di tutti i servizi non sanitari (pulizie, mense, manutenzioni, parcheggi esterni, ecc.). Ciò ha significato concedere in esclusiva al privato dei grandi appalti, con una lievitazione dei costi e il rischio che ogni eventuale perdita economica venga attribuita invece al sistema sanitario pubblico. Noi siamo per un pubblico che riprenda in mano la responsabilità nella programmazione, progettazione e costruzione delle opere pubbliche utili. Non un euro va speso in potere, tutto va impiegato per il bene comune. 

In questi ultimi anni la nostra Regione è diventata più diseguale, con territori periferici che si sono visti sottrarre servizi, chiudere presidi sanitari, tagliare prestazioni sanitarie e depauperare il sistema di protezione sociale. Il sistema della prevenzione è diventato sempre più marginale e residuale. Si è preferito adeguarsi alle decisioni prese a livello centrale, in un’ottica tutta limitata agli equilibri di bilancio decisi altrove, che scaricano sul territorio i costi della crisi finanziaria. La riforma targata Rossi, Legge Regionale 84/2015, attua un’idea di accentramento istituzionale (tre sole aziende di area vasta) che penalizza i territori, che non contano più nulla all’interno del governo e della programmazione sociosanitaria. Il servizio sanitario pubblico viene “aggredito” sul versante del lavoro, della riduzione del personale sanitario, già duramente provato dal blocco del turnover e costretto a difficilissime condizioni di lavoro che rischiano di incidere sulla qualità e la stessa sicurezza delle cure. Alla faccia dell’immagine di eroi costruita dai media contro la pandemia.

C’è un patrimonio essenziale che va riorganizzato, non dismesso. Non vogliamo che gli ospedali diventino soltanto dei contenitori di proprietà pubblica adibiti allo svolgimento delle prestazioni in libera professione del privato (intramoenia), con i pazienti che non potendosi rivolgere al privato sono comunque costretti a recarsi molto lontano anche per esami di routine, perdendo tempo e ulteriore denaro.Presidi ospedalieri importanti e moderni in tutto il territorio della Regione non possono essere depotenziati ma vanno valorizzati

Occorre contrastare con ogni mezzo lo sviluppo della libera professione “intramoenia”. Occorre marginalizzarla garantendo una più ampia offerta di tutte le prestazioni su tutto il territorio. Non è vero che la libera professione snellisce le liste d’attesa, come tutti possono facilmente rendersi conto. Al contrario, essa crea conflitto tra liste di attesa pubbliche e intramoenia a svantaggio delle prime. Sono i tagli alle prestazioni pubbliche che alimentano le liste di attesa.

Vogliamo, per la nostra Regione, una sanità pubblica universalistica e solidale, il cui strumento più efficace, equo ed economicamente sostenibile di finanziamento sia la fiscalità generale, sulla base del principio della progressività. Vogliamo porre fine alla devastazione rappresentata dai tagli lineari e dalle politiche di austerity, promuovendo l’equità e combattendo la corruzione, i veri sprechi, le inefficienze, la gestione del potere per fini politici. Vogliamo che tutte le risorse pubbliche che vengono promesse in questa fase, siano investite nel sistema pubblico, senza un euro per i privati, rilanciando in particolare il ruolo della prevenzione, della medicina territoriale e di iniziativa, delle cure intermedie, della protezione contro le malattie croniche e delle persone non autosufficienti e con un recupero di un numero adeguato di posti letto in ospedale e nelle terapie intensive.

I malati cronici non autosufficienti sono sempre più espulsi dall’assistenza pubblica e la cura scaricata sulle famiglie, con il ricorso all’aiuto domestico non qualificato (e spesso mal pagato). Serve invece il potenziamento dell’ospedalizzazione domiciliare, che ad oggi costa molto meno grazie ai passi avanti fatti sui progetti di telemedicina e garantisce la decongestione del pronto soccorso, potenziando la presenza di medici e infermieri sul territorio, rendendo più umano e diretto il rapporto con il servizio sanitario locale. Per far questo c’è anche bisogno di rendere realmente operative le Case della Salute, in grado di rispondere sia alla richiesta di diagnostica di base sia di fornire terapie e assistenza domiciliare adeguate senza essere  solo una scusa per la chiusura degli ospedali.

Siamo per abbattere le liste di attesa allungatesi ancora più a dismisura con l’istituzione delle macro-Asl, introducendo il principio dell’appropriatezza prescrittiva e soprattutto rendendo del tutto trasparente la gestione delle prenotazioni, oltre a far funzionare le macchine per 16 ore al giorno con personale congruo.


I tagli alla sanità Toscana operati negli ultimi anni hanno lasciato un territorio fragile.

Siamo perciò per un rilancio della sanità territoriale e l’integrazione socio-sanitaria, garantendo alle zone periferiche lo stesso diritto alla salute di quelle centrali. Anche le isole dell’arcipelago toscano devono essere servite con la stessa priorità, inclusi i soccorsi diretti per cui occorre un efficace sistema di elisoccorso.

È giunto il momento di riconquistare un sistema della salute più forte.

Per il diritto alla salute, come Sinistra, abbiamo fatto battaglie istituzionali che hanno incrociato diritti di civiltà come sui diritti dei pazienti psichiatrici oppure sull’approvazione della legge per l’uso della cannabis terapeutica. Sosteniamo la proposta dei pazienti di costituire i Cannabis Social Club in cui, con prescrizione medica, si può coltivare la cannabis per soddisfare i bisogni terapeutici. Saranno organizzate campagne di informazione che permettano una reale attuazione della legge, azioni per la vendita dei farmaci cannabinoidi nelle farmacie territoriali. 

Siamo per una riorganizzazione generale dei servizi psichiatrici di salute mentale che abbia come fine il ricollocamento delle persone attraverso presa in carico dei servizi, istituendo dei Consultori di Salute Mentale a livello territoriale, aperti possibilmente 24 ore su 24, facilmente accessibili e con un numero verde sempre contattabile. I servizi devono avere porte aperte e non si deve praticare contenzione. Particolare attenzione va data alle procedure di attuazione di TSO e ASO con sviluppo di protocolli stipulati dal Servizio con la municipalità nel rispetto del documento “Raccomandazioni in merito all’applicazione di accertamenti e trattamenti sanitari obbligatori per malattia mentale” della Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome e della legge 180 del 1978 (Legge Basaglia). Siamo inoltre convinti che bisogna giungere al superamento effettivo della separazione tra cura medica e riabilitazione: la cura è riabilitazione, è riappropriazione dei diritti alla casa, al lavoro, alla socialità, al reddito e agli affetti.
Siamo per ripensare il lavoro professionale nella sanità pubblica, convinti che le operatrici e gli operatori del servizio sanitario non siano meri erogatori di prestazioni. Occorre innanzitutto contrastare la precarietà in ambito sanitario, eliminando il lavoro a contratto quando possibile e il ricorso al lavoro interinale ad ogni livello del personale, internalizzando le lavoratrici e i lavoratori impiegati con subappalti alle pseudo-cooperative.

Durante il momento più grave della pandemia COVID in Italia come in Toscana si sono assunti con contratti a termine in fretta e furia ogni genere di personale sanitario che si è dovuto imbarcare in un’impresa titanica per poi vedersi rispedito a casa. Questi lavoratori devono immediatamente essere assunti a tempo indeterminato.

Si deve inoltre ripensare, sin dalla formazione universitaria, la figura del medico affermando una cultura unitaria che avversi le esasperate divisioni del sapere e riconosca la centralità del paziente nella sua indivisibile complessità. 

Siamo per una sanità pubblica che garantisca pienamente e senza ripensamento i diritti delle donne, delle persone LGBT+, delle persone straniere con e senza diritto di soggiorno e di asilo, dei senza tetto, di carcerate e carcerati, e di chiunque altro sia soggetto a discriminazione di qualunque tipo, tenendo conto della specificità di tutti i soggetti. Per ciò vogliamo che vengano facilitati e resi snelli gli accessi alle visite specialistiche di tutti questi soggetti, con gli stessi standard che vengono garantiti per chiunque e su tutto il territorio.

Il diritto all’aborto e la difesa del corpo delle donne vanno attuati concretamente in ogni ospedale pubblico, ritirando i finanziamenti e i presidi interni o esterni alle cosiddette associazioni prolife, realizzando percorsi distinti tra maternità e donne che vogliono abortire. Vanno trasformate in legge e applicate le indicazioni contenute nella risoluzione della giunta regionale  del giugno 2020 che promettono l’interruzione volontaria di gravidanza farmacologica garantita da tutti i consultori e poliambulatori, l’assicurazione di almeno il 50% di personale medico non obiettore di coscienza (da assumere in caso di carenze tramite concorsi pubblici con specifica indicazione), e un controllo serrato sul rispetto dell’applicazione della legge 194 e sulle nuove linee guida in materia di aborto che portano a 9 settimane il tempo utile di utilizzo della pillola RSU486 su tutto il territorio nazionale, pena il ritiro della concessione a ogni struttura pubblica o privata, presidio ospedaliero e/o consultorio.

I consultori dovranno essere ristrutturati o realizzati dove ancora non presenti, ricevere finanziamento pubblico per potere funzionare concretamente in tutto il territorio e per poter somministrare gratuitamente i contraccettivi. 

  • Le RSA

La Toscana è fortunatamente tra le regioni con una longevità più alta che si traduce in un numero più alto di anziani. Questa situazione non è stata affrontata con lo sviluppo di una adeguata rete di servizi domiciliari per tenere gli anziani in casa propria ma è stata risolta con la soluzione della deportazione dell’anziano in case di cura, le famose RSA, nella quasi maggioranza private e a costi altissimi per le famiglie che vi ricoverano un loro parente.

Gli anziani ricoverati nelle Residenze sanitarie assistenziali -RSA- sono malati affetti da pluripatologie croniche e si sono rivelati i soggetti più a rischio nel pieno dell’emergenza pandemica.

I numerosissimi contagi all’interno di queste strutture, derivano anche dalla gravissima scelta di consentire il loro utilizzo per coprire le gravi carenze negli ospedali aggravatesi con la pandemia., hanno mostrato in modo lampante la grave debolezza del sistema. 

Anche su questo tema l’invasione di campo del privato nella garanzia del diritto alla salute ha reso tutti più fragili.

In Toscana è necessario prevedere l’assunzione di iniziative per ricondurre nell’ambito degli interventi di competenza del Servizio sanitario nazionale pubblico, tutte le prestazioni sanitarie residenziali e domiciliari alle quali hanno il pieno e, se necessario, immediato diritto tutti i non autosufficienti, in particolare gli anziani malati cronici e le persone con demenza senile.

Occorre respingere tutti i provvedimenti che spostano il problema della cura dei malati cronici non autosufficienti nell’ambito dell’assistenza sociale e viceversa occorre ricondurre tali cure nell’ambito sanitario con la garanzia di un diritto alla salute per tutti e tutte.

La proposta di Toscana a sinistra è per:

  • il diritto prioritario alle prestazioni sanitarie assistenziali e sanitarie domiciliari agevolando e garantendo i diritti previsti dalla legge 104/1992 sull’assistenza ai disabili;
  • Il diritto al ricovero, immediato se necessario, in strutture residenziali socio sanitarie che dovranno essere a pieno titolo parte del Servizio sanitario nazionale e regionale.
  • Uno sviluppo adeguato dei centri diurni per anziani (oggi nettamente insufficienti) con attività motorie specialistiche proprio per mantenere il più a lungo possibile l’anziano in casa propria e con condizioni di socialità
  • Sviluppare un serio piano di controllo della Regione sulle RSA sia pubbliche che private ad oggi assolutamente insufficiente se non inesistente; rivedere la normativa sugli accreditamenti, prevedendo criteri cogenti per quanto riguarda il personale (dotazioni organiche, formazione continua, sicurezza sul lavoro) e corretta e integrale applicazione dei contratti sottoscritti dalle organizzazioni più rappresentative. Quanto è successo nel periodo della pandemia è dovuto anche alla mancanza di un sistema efficace di controlli, perciò è prevedibile un sistema di revoca dell’accreditamento in caso di mancato rispetto della normativa.
  • Mai più un anziano solo e isolato nell’RSA:  Realizzare  e sperimentare, forme di interazione con il territorio attraverso Comitati spontanei di partecipazione dei Familiari riconosciuti dalle ASL nei confronti delle direzioni sanitarie con la garanzia dell’accesso dei familiari e dei visitatori nel rispetto delle semplici regole delle strutture sanitarie, ovvero con l’esclusione dell’orario di pulizie e di visita medica, e nei confronti delle RSA medesime con poteri di controllo e proposta di miglioramento dei servizi per gli anziani ospitati.

Tutte le proposte devono essere inserite in un percorso totalmente pubblico superando definitivamente il modello misto pubblico-privato che ha condizionato pesantemente la stessa programmazione in materia, favorendo il proliferare di strutture residenziali private, anche se in convenzione, a svantaggio in primo luogo del rafforzamento della domiciliare che, occorre notare, avrebbe evitato gli errori (e gli orrori) delle tante vittime del COVID nelle residenze.

Oltre a ciò, tra i vari elementi di iniquità del sistema toscano, denunciamo il problema gravoso delle liste di attesa per l’erogazione della c.d. “quota sanitaria” che comporta il sommarsi di situazioni di grave difficoltà delle famiglie e di diseguaglianze nell’accesso al diritto alla cura e all’assistenza delle persone più fragili.

Va parimenti avviato, oltre ad una profonda revisione del tema accreditamenti e controlli, anche un percorso di re-pubblicizzazione delle RSA toscane che rientri in più generale processo di tale natura del comparto sanitario.

Sì ad una vera politica di prevenzione ed educazione alla salute, a partire dal coinvolgimento delle scuole di ogni grado. La conoscenza previene e libera risorse per la cura. Benessere fisico e psicologico significa crescere bene, tenere comportamenti sani e una buona alimentazione, conoscere le sostanze e i farmaci, avere un corretto uso del corpo, ridurre le dipendenze e i disturbi ad essi connessi.

  • Risposte sociali adeguate ai bisogni dei soggetti di tutte le età, genere e orientamento

Di fronte alla crisi, anche in Toscana la scelta è stata quella di rimodellare il sistema di protezione sociale, accentuando l’idea di un meccanismo selettivo per cui s’interviene sempre più con forme assistenziali (voucher, bonus, ecc.) e non più sulla garanzia del diritto (alla casa, ai servizi sociali, ecc.). Ciò ha per un verso riportato i costi della riproduzione sociale in capo alle famiglie, con il lavoro di cura riversato sulle donne, e per l’altro acuito i fenomeni di esclusione.

Le questioni sanitarie, peraltro, sono sempre questioni di genere, nel senso che incidono sempre sulla vita delle donne.

La riduzione drastica dei posti letto operata negli anni in Toscana, con la chiusura di nosocomi esistenti in tutto il territorio, ha caricato sulle spalle dei familiari dei pazienti – e in fin dei conti delle donne – il peso di dimissioni precoci, di cure negate, di cronicità indotte dalla frequente inadeguatezza del diritto all’accesso alle cure.

Il mancato sviluppo di una articolata sanità territoriale e di un sistema di cure intermedie tra l’ospedale e la propria abitazione ha ottenuto lo stesso pesante effetto.

Le stesse condizioni di lavoro in ospedale, rese ancora più gravose dalla riduzione del personale sanitario non adeguatamente sostituito dai frequenti blocchi del turn-over operati negli anni, caricano duramente la vita di chi vi opera, in una professione fortemente femminilizzata.

È la stessa logica dominante, che governa la nostra società e il sistema di produzione e riproduzione, a richiedere la svalutazione del lavoro di cura e di assistenza salvo che non possa produrre profitto privato. Una logica fortemente maschile, fondante il dominio capitalistico, che non riconosce un elemento essenziale dei rapporti tra le persone, fondato sulla cura e sulla solidarietà reciproca.

Ciò che è essenziale alla vita (la cura, la solidarietà, l’assistenza a chi è malato) è esternalizzato (in termini sociali ed economici), negato nel suo valore, scaricato sulle spalle di ogni individuo che si arrangerà come può.

Risponde alla medesima logica di indifferenza verso tutto ciò che non genera profitto, l’abbandono delle politiche per la salute fondate sulla prevenzione. A cominciare dalla cura dell’ambiente e della vivibilità delle città e dei territori, dalla tutela di condizioni di lavoro e di vita sicure, liberate dalla precarietà dell’esistenza e del reddito. Ancora una volta, un attacco che coinvolge tutti e tutte ma che pesa con maggior violenza sulle donne.
Noi intendiamo batterci per la costruzione di un nuovo welfare universale. Reddito, casa, salute, istruzione e servizi sociali sono diritti fondamentali delle persone e la Regione deve giocare un ruolo fondamentale nel rendere questi diritti realmente accessibili a tutte e tutti.
Sì alla realizzazione della vita indipendente autodeterminata, creando tutte le condizioni economiche, sociali e civili perché si avveri concretamente.
Sì ad illuminare il tema della non autosufficienza, ripristinando interamente il fondo regionale dedicato ed evitando che, in questo settore, ci sia una surroga del servizio domiciliare pubblico con i voucher che non rispondono alle difficoltà reali delle famiglie e creano nuovo lavoro povero.

5.    Per una Toscana femminista e il pieno riconoscimento dei diritti LGBT+

  • Per una Toscana di Genere

La promozione della parità tra donne e uomini è un obiettivo strategico che la Regione deve sviluppare in modo trasversale e integrato, nei diversi ambiti di attività, per promuovere e diffondere il cambiamento della cultura nella relazione tra i generi.

Ne consegue la necessità di una politica integrata e globale sulla parità di genere.

Attualmente esistono infatti politiche e piani di azione che si occupano della salute delle donne, della violenza maschile contro le donne, della disoccupazione femminile ecc. come temi a sé stanti, mentre occorre che venga posta in maniera sistemica la questione di genere, con le molteplici articolazioni a cui fare riferimento – età, provenienza, classe, cultura, lingua, orientamento sessuale. Altrettanta attenzione deve essere posta alla valorizzazione delle differenze di genere.

  • Quote

È necessario un cambio di prospettiva in merito alle quote usandole non più come quote minime (quote rosa) ma ribaltandone la prospettiva come quote massime di posti assegnato a ciascun genere non superiori al 50 %.

  • Bilancio di genere

Il Bilancio di genere è uno strumento importante, da adottare in tutti i settori della Pubblica Amministrazione. Si basa sulla consapevolezza che ogni scelta politica ha una ricaduta sulle donne diversa da quella sugli uomini: per esempio, se si diminuiscono i fondi destinati ai trasporti pubblici, la ricaduta graverà in modo maggiore sulle donne perché sono queste che li utilizzano maggiormente. 

Il Bilancio di genere permette, quindi, di monitorare, valutare e progettare i programmi delle pubbliche amministrazioni, sotto i diversi aspetti – politico, economico, sociale – cosicché sia le donne che gli uomini ne possano trarre gli stessi vantaggi e non si perpetui la disuguaglianza di genere.

  • Medicina di genere

La medicina e la salute di genere tenendo conto sia delle differenze biologiche, che di quelle socio-economiche e culturali fra i generi, riesce a fare in modo che ricerca, diagnosi, prevenzione e terapie siano le più appropriate per donne e uomini. Le stesse patologie si possono infatti presentare in modo diverso a seconda del genere e in modo diverso vanno affrontate.  La Regione Toscana è la prima in Italia che ha preso in considerazione questo argomento ma ancora non se ne vedono conseguenze pratiche

  • Violenza maschile contro le donne

Per quanto riguarda la violenza maschile contro le donne (manifestazione dei rapporti di forza storicamente diseguali tra i sessi) occorre mettere in pratica quanto previsto dalla Convenzione di Istanbul ratificata dal governo italiano nel 2012.

È necessario  combattere e punire le forme di violenza nei confronti delle donne, ma anche fare opera di prevenzione attraverso politiche sociali integrate rivolte alla protezione delle donne ed anche dei bambini e degli anziani, quali soggetti più  a rischio all’interno della famiglia.
E’ necessario  da un lato promuovere nei comportamenti tutti quei cambiamenti volti ad eliminare “pregiudizi, costumi, tradizioni basati sull’idea dell’inferiorità della donna o su modelli stereotipati dei ruoli delle donne e degli uomini”, dall’altro  valorizzare e finanziare i Centri antiviolenza-Case Rifugio, sia per la funzione di servizio che svolgono, sia per il lavoro culturale contro gli stereotipi  patriarcali a cui contribuiscono.

E’ importante verificare con continuità la qualità dei servizi e delle prestazioni dei Centri, tenendo presente che le risorse pubbliche devono essere impiegate affinché le donne siano accolte e protette con adeguata professionalità e competenza, sulla base di un approccio di genere.
Se si riconosce  la dimensione strutturale e sistemica della violenza maschile sulle donne dovuta alla disparità di potere e alle disuguaglianze sociali tra donne e uomini, non sono più pensabili interventi straordinari e/o emergenziali ma programmazioni e finanziamenti strutturali  riconoscimento della metodologia di qualità basata sulla relazione tra donne su un approccio di genere e propria dei  centri  che hanno assunto a loro fondamento l’approccio femminista e di genere mutuato dal movimento politico delle donne e che hanno per primi, già dagli anni 80, alzato il velo sul sommerso della violenza . In Italia tali centri fanno parte dell’associazione nazionale D.iRe e in regione del coordinamento Tosca.

Poiché l’aspetto economico incide molto nella decisione delle donne di sottrarsi alle relazioni violente è necessario prevedere un reddito di libertà. Per permettere di costruire una vera autonomia economica e professionale debbono essere considerate strade di più facile accesso al mondo del lavoro dopo l’isolamento forzato, così come è necessario prevedere possibilità abitative e accesso ai servizi sociali, sanitari e educativi (asili nidi, scuole etc.…).

Infine è necessario promuovere e realizzare progetti riguardo a violenza sulle donne e disabilità, violenza sulle donne e migrazione/tratta.

  • Salute sessuale e riproduttiva

È necessario sviluppare azioni relative alla salute sessuale e riproduttiva, integrando questi interventi con gli altri relativi alle disuguaglianze di genere. 

Rispetto ai consultori, è indispensabile provvedere a aumentarne il personale e la strumentazione, valorizzando sia l’aspetto sociale che quello sanitario di dette strutture.

La Regione Toscana, grazie all’impegno delle associazioni femministe partecipanti al tavolo regionale e del gruppo RAS, che coordinava il tavolo, sono stati raggiunti obiettivi importanti quali la contraccezione gratuita e la possibilità di praticare l’aborto farmacologico nei consultori. La Regione Toscana dovrà comunque continuare a impegnarsi anche su questi   tre punti: 

  •  contraccezione gratuita non può essere limitata alle persone fino a 25 anni, ma va estesa a tutte quelle che sono nel periodo fertile;
  •  potenziamento dei consultori e formazione del personale, altrimenti la pratica dell’aborto farmacologico nei consultori rimarrà solo una dichiarazione di principio;
  •  stabilizzazione dei finanziamenti al Consultorio Trans genere di Torre del Lago (Lucca), importante esempio toscano di educazione al genere e accompagnamento nel percorso di transizione e riproduzione del medesimo servizio in tutti i territori della Toscana.
  • Lavoro

Rispetto al mercato del lavoro, oggi sono ancora più evidenti i problemi strutturali che affliggono da sempre il lavoro femminile, il cui tasso di occupazione a livello nazionale si aggira intorno al 50%, mentre quello europeo è   al 68,7%, e scende ancora per le donne con disabilità – al 26,7% rispetto al 36,3% degli uomini (dati ISTAT 2019) -. Ciò è dovuto all’ottica che da sempre ha caratterizzato le politiche pubbliche, secondo la quale il lavoro delle donne è complementare a quello maschile e risulta marginale nell’economia del Paese.

Bisogna quindi ribaltare questa ottica e rimuovere le barriere di genere.

La Regione deve intervenire anche tenendo conto che i soggetti partecipanti alle gare per l’assegnazione di servizi prevedano azioni positive per le pari opportunità nella loro organizzazione del lavoro, e monitorando e reprimendo i comportamenti identificabili come molestie.

Inoltre bisogna adottare misure di conciliazione vita-lavoro.

Vanno potenziate le infrastrutture dei servizi per l’educazione e la cura dei minori, per la cura delle persone con disabilità e anziane/i. 

È indispensabile passare da politiche di conciliazione a politiche di condivisione, in modo che gli uomini condividano il lavoro di cura non retribuito. 

Occorre potenziare l’impegno per prevenire e contrastare le molestie e i ricatti sessuali in ambito lavorativo.

Sono necessarie, infine, azioni positive per consentire l’accesso al lavoro delle donne e di altri gruppi svantaggiati (giovani, disabili, migranti).

  • Educazione e cultura del rispetto di genere

È necessario attuare pienamente la legge regionale n. 63 del 2004, che programma l’adozione di “politiche finalizzate a consentire a ogni persona la libera espressione e manifestazione del proprio orientamento sessuale e della propria identità di genere, e promuove il superamento delle situazioni di discriminazione”, in ambito formativo, lavorativo, medico-sanitario con particolare attenzione ai servizi di accompagnamento consultoriale.

6.    Lo sport

Il diritto alla pratica fisica per una migliore qualità della vita deve essere accessibile e vivibile quotidianamente, non solo attraverso impianti pubblici, ma anche nelle piazze, nei parchi e nell’ambiente naturale, di cui la nostra regione è particolarmente ricca. Vere piste ciclabili in sicurezza che attraversano la regione invece di nuove autostrade che la devastano; [1] aree dedicate nei parchi regionali e manifestazioni ludico culturali che aiutano le cittadine e i cittadini a praticare attività fisiche all’aria aperta; sviluppo della medicina dello sport nelle strutture pubbliche e riduzione dei costi della certificazione medica.

Proponiamo inoltre che la Regione, coordinandosi con le associazioni ludico-sportive del territorio e con i comuni, si faccia promotrice di attività di educazione allo sport e dei suoi valori di solidarietà e socialità, aperti alle diverse età, abilità, provenienze e motivazioni individuali, senza discriminazioni. Oltre il semplice accesso alle attività sportive, è necessario recepire le numerose esperienze di sport popolare, in cui lo sport riesce a ricostruire tessuto sociale e diventare il motore di inclusione sociale e contro l’emarginazione.

Va proposto un patto Stato-Regione–Enti locali per il rilancio dell’impiantistica sportiva, con l’immissione di risorse anche regionali e il coinvolgimento delle federazioni sportive regionali, al fine anche di giungere ad un ammodernamento, ad una gestione più trasparente e partecipata, che permetta la re-attivazione dei tanti impianti chiusi o parzialmente chiusi che si trovano nella nostra regione.

Dimensione 3: L’Ecologia

Finalmente, una Toscana ecologista per tutte e per tutti.

“L’ambientalismo senza lotta di classe è giardinaggio”

Chico Mendes

Premessa – Per una regione libera dalla violenza ambientale

Le violenze sui territori colpiscono anche noi.

Ricerchiamo il benessere dei corpi e degli ecosistemi. Definiamo “violenza ambientale” quella che si attua contro il benessere dei nostri corpi e gli ecosistemi in cui viviamo, costantemente minacciati da pratiche di sfruttamento biocida.

Vogliamo intraprendere un cammino comune a livello transnazionale nell’esercizio e nello scambio di pratiche volte alla costruzione di politiche economiche decolonizzate e di pace, femministe e alternative a quelle biocide ed estrattive del capitalismo neoliberale.

Affermiamo la necessità di superare il modello antropocentrico corrente: soggezione, sfruttamento della natura, degli esseri umani e delle altre specie e patriarcato si intrecciano infatti nella concezione delle relazioni come dominio e proprietà proprie di questo modello.

Avere una visione ecologista significa avere una visione sociale che guarda ai beni comuni, ai diritti delle popolazioni, alla pianificazione democratica del territorio e dell’economia secondo principi di sostenibilità, partecipazione dei cittadini e delle cittadine e controllo dei lavoratori e lavoratrici: tutto questo va in netta contrapposizione con le caratteristiche dell’attuale modello di società prono e dipendente agli interessi di pochi.

Le numerose vertenze ecologiste presenti nel territorio toscano sono sempre abbinate questioni legate al lavoro, allo sfruttamento dei beni comuni, ai diritti delle comunità.

Occorre pertanto uscire dalla farsa della contrapposizione ecologia o lavoro. Le evidenze empiriche, soprattutto nell’ambito di sistemi socio-economici che guardano alla circolarità, dimostrano come sia esattamente vero il contrario: dove si guarda maggiormente a lavorazioni compatibili con l’ambiente maggiorisono sia la redistribuzione della ricchezza, sia le garanzie per un lavoro stabile e di qualità.

A sinistra non possiamo più rimanere ancorati al ricatto occupazionale che viene messo in campo solo quando fa comodo alle lobby industriali. 

Noi proponiamo una totale riconversione ecologica del tessuto produttivo, un abbandono delle grandi infrastrutture a favore di piccole opere locali, investimenti consistenti verso un’economia circolare che parte dal ciclo dei rifiuti, la costruzione di modelli economici locali che pongano le periferie e le aree interne della Regione sullo stesso piano delle città.

A partire da questa logica ecologista saranno da noi trattate tutte le vertenze ecologiste che si potrebbero presentare, avendo chiaro che sul tema ecologico non siamo disponibili a soluzioni che passano dal ricatto occupazionale.

1.  La gestione dell’acqua, dei servizi pubblici, delle cave e della costa

1.1  Acqua pubblica

I cittadini e le cittadine aspettano ancora l’attuazione del referendum per la re-pubblicizzazione del servizio idrico. Per questo vogliamo aprire un percorso che rimetta la gestione dell’acqua nelle mani delle comunità locali, come avvenuto in grandi città europee come Parigi, ritornando alla gestione pubblica del servizio, dando priorità alla manutenzione delle reti, all’eliminazione delle perdite, alla depurazione.

Soprattutto riprendere il controllo delle tariffe, che sono aumentate a dismisura a causa dei profitti privati, portando la Toscana ad essere la regione con le tariffe più alte d’Italia. Se ben tutelato e mantenuto, il patrimonio idrico della Toscana è più che sufficiente a coprire il fabbisogno previsto, senza ricorrere a nuove dighe o lunghe canalizzazioni sostenute dall’Autorità Idrica Regionale. Allo stesso modo, occorre dare priorità alla cura e alla manutenzione degli impianti e delle infrastrutture esistenti (tutelando anche le grandi fonti di approvvigionamento, come l’Amiata e gli Appennini), senza mettere in cantiere grandi opere costose, dannose e speculative.

Applicando il principio di cautela, si deve imporre uno stop deciso alla realizzazione di nuovi impianti geo-termoelettrici, quando interferiscono sulla quantità e la qualità delle acque potabili di un territorio, come nel caso dell’Amiata.

Vogliamo tutelare pertanto la qualità dell’acqua, ovunque essa si trovi: sia delle acque dolci, sia dell’acqua di mare. 

Per la prima ci impegniamo a tutelare l’acqua dei fiumi, dei fossi, dei torrenti e dei laghi (per questo ci opponiamo alla compromissione di aree di pregio come il Parco Naturale Migliarino San Rossore), e l’acquifero delle Alpi Apuane insidiato dalle escavazioni. Inoltre vogliamo difendere il Padule di Fucecchio (la più grande area palustre interna italiana) per conservare questo habitat di importanza fondamentale per l’ambiente toscano, già minacciato da tempo da varie tipologie industriali (conciarie, cartiere e del cuoio) e dalla crescente presenza del vivaismo ed oggi minacciato più che mai anche da una miope politica ambientale che mira a porre fine alla ultra ventennale esperienza del Centro di Ricerca, Promozione e Documentazione del Padule di Fucecchio, per fare uno spezzatino della gestione delle riserve facendo regali alle lobby del turismo di massa, della caccia, dell’industria conciaria e del florovivaismo, a danno dell’ambiente e delle comunità locali. Per il mare, vogliamo, ad esempio, introdurre un maggiore controllo su chi entra ed esce dai nostri porti (vedi il caso di Viareggio), riducendo, in alcuni casi, l’attracco diretto delle grandi imbarcazioni. 

Pertanto, vogliamo ribadire che l’acqua è un bene pubblico che va sottratto alla speculazione privata.

1.2  Servizi pubblici

Vogliamo estendere anche ad altri servizi locali il significato di una vera gestione pubblica. Il trasporto pubblico urbano e quello extraurbano continuano a subire striscianti processi di aziendalizzazione e di privatizzazione. Vogliamo invertirli, investendo nuove risorse pubbliche e dando voce ai bisogni e alle intelligenze delle lavoratrici e dei lavoratori lì impiegati e attivando comitati di consultazione dell’utenza. Il tutto orientato anche verso un rinnovamento delle flotte a favore dell’adozione di mezzi eco-compatibili. Il rafforzamento dei servizi pubblici è inoltre necessario per evitare il ricorso all’automobile, problema molto sentito nelle realtà montane (ad esempio, nel Casentino). 

Vogliamo sottolineare anche l’importanza, per un sano ecosistema cittadino, di alcuni servizi, che seppur gestiti e posseduti da privati, svolgono una funzione sociale, come la rete degli Uffici Postali e degli Sportelli Bancari. Su questo aspetto vogliamo sottolineare come la Regione debba in tutti i modi possibili fare pressioni affinché il processo di rarefazione di questi veri e propri presidi sul territorio non si rafforzi ulteriormente. 

1.3  Apuane e cave: un binomio unico

L’economia estrattiva praticata sulle Alpi Apuane continua a sfruttare ambiente e lavoro. Abbandonare la monocultura del marmo non è più utopia, ma necessità. Anche i recenti dati di CCIAA Massa Carrara confermano la perdita di occupazione del settore negli ultimi 10 anni, la lenta ma inesorabile trasformazione del distretto da lapideo a minerario con meno blocchi da lavorare e più scaglie da polverizzare, la sempre maggiore concentrazione della ricchezza in poche mani: non spariscono solo le lavoratrici e i lavoratori ma anche i piccoli artigiani costretti a cedere alla forza dei pochi colossi del lapideo e il tasso di disoccupazione della provincia di Massa Carrara è uno dei più alti di tutto il centro nord Italia. In compenso continuano a crescere i profitti per le imprese. 

La narrazione del marmo di Michelangelo è sempre più falsa (solo l’8% dei blocchi estratti è destinato ad opere d’arte), così come la narrazione romantica del cavatore: oggi ruspe e congegni meccanici sostituiscono il lavoro e distruggono più velocemente l’ecosistema. Nelle Alpi Apuane sono presenti il 33% delle specie floreali di tutta Italia, molte di più di quelle presenti in tutta la Gran Bretagna, che l’avanzare veloce delle aree di estrazione, grazie ai macchinari sempre più potenti, rischiano di fare scomparire. 

Il conflitto lavoro-ambiente è un’altra falsità per distogliere l’attenzione dal vero problema, cioè lo sfruttamento della manodopera e lo sfruttamento dei beni comuni appartenenti alla collettività.   

La svolta deve passare dal rispetto delle prescrizioni normative: niente cave sopra i 1200 metri, niente cave nelle zone di protezione speciale, niente cave nelle zone contigue del Parco delle Apuane. Serve una reindustrializzazione ecologica delle aree a vocazione marmifera, una gestione pubblica della risorsa marmifera per investire nella riconversione ecologica del settore lapideo e del modello economico delle Apuane. La piena riaffermazione della proprietà pubblica su tutte le cave di marmo di Massa e di Carrara costituisce per Toscana a Sinistra un impegno prioritario.

Occorre introdurre regole per il contingentamento dell’estrazione per cavatore, sostenere l’estensione del lavoro usurante a tutta la filiera, programmare una nuova economia della montagna basata su agricoltura contadina, turismo verde e attività artigianali di filiera, tornare allo spirito originario che animò la prima stesura del PIT, azzerare il Piano Regionale Cave, recentemente approvato basato esclusivamente, sulle richieste del mercato e non sugli equilibri ambientali,  riconsegnare insomma il comprensorio delle Apuane ad un percorso virtuoso e sostenibile che ponga al centro il bene comune rappresentato dalle Alpi Apuane e non la difesa del profitto. 

In questo un ruolo fondamentale dovrà essere affidato al Parco delle Apuane che dovrà abbandonare la sua veste Regionale e indossare quella Nazionale, a maggior garanzia dell’ambiente e delle popolazioni.

1.4  Spiagge e coste: beni comuni

Nonostante storicamente le spiagge, sin dagli albori del diritto occidentale (a partire dal codice di Giustiniano dal 529 dc), siano definite come un bene di tutti, in realtà larghissime porzioni delle nostre coste sono date in concessioni a privati. Pertanto, le cittadine e i cittadini che vogliano usufruirne sono costretti a pagare per utilizzarle. La situazione è ulteriormente peggiorata, in alcune zone, a seguito della crisi del COVID, a seguito della quale è stata aumentata, in alcuni territori, la quota di spiaggia data in concessione (e in molti casi è stata troppo facilmente prorogata la concessione ai privati, senza legarla a progetti e piani di investimento specifici e migliorativi). Per questo, nella legislatura uscente, il gruppo consiliare di Toscana a Sinistra ha proposto una legge regionale che preveda che il 50% della spiaggia utilizzabile rimanga a servizio libero, gratuito e pubblico. E che pertanto meno del 50% della spiaggia utilizzabile possa essere data in concessione a privati. Su questo siamo rafforzati anche dal codice civile che parla di “giusto equilibrio” tra spiaggia in concessione e spiaggia libera: purtroppo in molti comuni della Toscana questo equilibrio è saltato, con porzioni a volte pari al 70/80% del litorale che vengono date in concessione. In generale vogliamo ribadire il concetto che le concessioni demaniali non sono una proprietà privata.  Il riequilibrio tra spiaggia libera e spiaggia in concessione (non considerando nel computo totale il litorale facente parte di parchi naturali, che è di per sé libero) si può effettuare, da un lato, non rinnovando le concessioni in scadenza, dall’altro riducendo progressivamente e proporzionalmente le aree di ciascun concessionario in modo da avere presto significative quote di aree libere. 

A livello regionale vanno affrontati i punti poco chiari del diritto italiano, soprattutto per definire meglio (e renderlo aderente alla realtà) i concetti di amovibilità delle strutture costruite (o adagiate) sul demanio pubblico costiero. Così come va posta attenzione alla figura delle “spiagge libere attrezzate”, perché se da un lato è sacrosanto dare un servizio di sicurezza (in poche parole il bagnino sorvegliante) dall’altro spesso con questa scusa si privatizzano altre porzioni di spiaggia.

Inoltre, nel nostro territorio litorale sono presenti tante costruzioni tipiche del nostro territorio e degli anni 20/30 del secolo scorso: le Colonie Marine. Queste, fino agli anni ’60, hanno rappresentato un patrimonio sociale importante per i toscani meno abbienti, che lì riuscivano a passare una parte delle proprie vacanze estive. Oggi, alcune di questi edifici giacciono in completo abbandono (Litorale Pisano, Marina di Massa, Follonica, Grosseto, ecc.). È importante che la regione si attivi per un loro recupero, garantendo l’uso sociale e la proprietà pubblica degli stessi. 

2.    Rifiuti: la “economia circolare” e il contrasto agli inceneritori

Anche nella nostra regione è prevalsa la logica dell’accentramento gestionale e dell’intervento massiccio del privato nella gestione della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti.

Poco importa se faticosamente negli anni abbiamo raggiunti percentuali di raccolta differenziata che superano interno al 60%, pur con grandi differenze a seconda dei territori e delle aziende di gestione. 

Per far rendere attivi i bilanci delle aziende si preferisce spingere sull’incenerimento (lucrando sugli incentivi alla produzione di energia elettrica), anziché sviluppare un’azione che punti decisamente alla riduzione dei rifiuti ed alla loro valorizzazione come materia prima secondaria. Continuano ad esserci programmi di costruzione di nuovi inceneritori (alcuni candidati, furbescamente, parlano di “inceneritori di nuove generazione”), o progetti assurdi come la riconversione della raffineria ENI di Livorno per l’estrazione di metanolo per autotrazione dalla combustione della plastica, spacciata col termine di “bioraffineria”, quando nell’Europa più avanzata questa soluzione è ormai abbandonata. Per questo contestiamo l’atteggiamento di chi si oppone ad alcuni vecchi impianti solo per proporre la costruzione di nuovi (vedi il caso di Scarlino a Grosseto). 

Ci opponiamo alla costruzione di nuovi inceneritori (anche contro l’eufemistica definizione di “templi crematori”) che rappresentano una tecnologia obsoleta e di cui è provata la nocività anche a lunga scadenza e vogliamo che la Regione Toscana aderisca in maniera netta alla strategia “rifiuti zero”. Un impianto di incenerimento significa, infatti, impiccare le comunità a mutui di lunga durata e condannare i cittadini a pagare un servizio carissimo, con ricadute occupazionali bassissime e ricadute ambientali enormi. Contestiamo la rinuncia che sta alla base alla strategia degli inceneritori: rinuncia a perseguire strategie di drastica riduzione dei rifiuti, cessione di sovranità verso l’economia privata dei rifiuti (che impone logiche di profitto, costruzione di mega impianti e loro perenne alimentazione).

Per questo vogliamo invertire l’ordine delle priorità: investimenti in impianti che privilegiano soluzioni a basso costo e ad alte ricadute occupazionali (anche prevedendo bonifiche dei territori inquinati dalle discariche, vedi i casi di Pietrasanta, Camaiore, Scarlino, Montale). Questo significa spingere al massimo sulla raccolta differenziata. Questo significa sviluppare la filiera delle materie prime seconde.

Siamo convinti che una gestione più vicina ai cittadini possa consentire di diminuire la produzione dei rifiuti, considerando al contempo i rifiuti prodotti una risorsa, che consenta di accrescere l’occupazione sviluppando una raccolta differenziata puntuale e che tragga benefici economici dal riciclo di carta, vetro, plastica, lattine ed ogni altro materiale suscettibile di essere riusato consentendo un risparmio consistente di materie prime.

Anche questo settore deve essere governato sulla base della prevalenza del principio dell’interesse collettivo. Aziende sempre più lontane dal cittadino in cui anche i comuni non contano più niente non sono in grado di esprimere una visione generale e lungimirante.

Chiediamo una bonifica definitiva dei troppi siti ancora caratterizzati dalla presenza dell’amianto.

3.    Energia pulita, risparmiata ed equamente distribuita

La Toscana ha il dovere di contribuire a combattere l’effetto serra e i devastanti effetti climatici che più volte hanno colpito anche il nostro territorio. Risparmio energetico ed energie rinnovabili sono le due strategie chiave, ripensando in questa luce quello che è stato complessivamente fatto in questi anni. L’obiettivo del risparmio energetico non è però compatibile con la natura di aziende di distribuzione che lucrano sulla quantità di prodotti energetici che riescono a vendere.

È necessario affrontare una revisione radicale delle aziende energetiche, a cui dovrà essere affidata la priorità dell’intervento per l’uso razionale dell’energia. Per questo non possono più essere lasciate lavorare in una logica di mero profitto.

La Regione Toscana deve elaborare e contribuire a finanziare un grande progetto di riqualificazione energetica di tutto il patrimonio immobiliare pubblico (scuole, palestre, uffici pubblici), incentivando la riconversione energetica del patrimonio privato. Con interventi a tutto campo che vadano dalla sostituzione delle fonti energetiche (geotermia a bassa entalpia, impianti a biomasse) all’ottimizzazione dell’uso delle fonti esistenti (cogenerazione e teleriscaldamento), dal rendimento e dall’isolamento termico degli edifici (pannelli radianti, pareti e infissi isolanti) all’istallazione di pannelli solari (termici, per la produzione di acqua calda, fotovoltaici, per la produzione di energia elettrica). Al contrario, consideriamo il ricorso a centrali inquinanti (vedi la centrale a gas di Testi in Chianti) come una necessità autoindotta, dovuta alla tragica mancanza di una strategia energetica regionale che parta dal risparmio e che non lasci i territori in balia delle iniziative imprenditoriali che mirano solo al profitto. Così come contrastiamo l’idea di sfruttare gli inceneritori per la produzione di energia elettrica; qui l’inganno sarebbe duplice, per i costi ambientali e per i costi finali agli utenti.  

Il tema geotermia è particolarmente importante e delicato. In questo caso siamo di fronte al classico “conflitto di interessi” fra ambiente e lavoro. Per questo dobbiamo puntare su una maggiore e più puntuale regia pubblica che indirizzi, su l’imposizione di impianti di nuova generazione, ma anche sul coinvolgimento delle comunità locali alle scelte e sulla valutazione complessiva che affianchi necessità produttive a standard insuperabili di impatto ambientale e di salvaguardia in questo ambito.

La Regione dovrebbe inoltre introdurre norme ed incentivi che inducano un’istallazione generalizzata di pannelli solari fotovoltaici su tutti i tetti dei capannoni industriali ed agricoli e l’uso di ogni altra forma di energia rinnovabile in tutto il patrimonio edilizio esistente. La Regione può inoltre favorire l’auto produzione e le reti locali di energia, sostenendo la diffusione di cooperative di consumatori-produttori di energia.

Siamo favorevoli ad installare dove possibile e senza alcun pregiudizio dell’ambiente e dei paesaggi agricoli, spesso di pregio, impianti eolici di piccola dimensione o domestici, i cui costi sono diventati abbordabili. Questa tecnologia potrebbe essere utilizzata in situazioni disagiate, nelle zone montuose e nelle isole, ad esempio sull’isola del Giglio sostituirebbe il vetusto e inquinante generatore a gasolio.

La riorganizzazione della produzione energetica è una grande opera distribuita sul territorio, che darebbe occupazione a progettisti e lavoratrici e lavoratori con grande preparazione professionale, consentirebbe un notevole risparmio sulla bolletta energetica degli enti pubblici, delle aziende e delle famiglie e produrrebbe un evidente beneficio ecologico.

4.    Agricoltura contadina a filiera corta: la biodiversità e la tutela del paesaggio

La Toscana si identifica con il suo paesaggio fatto di biodiversità e agricoltura di qualità, un patrimonio inestimabile di boschi, parchi e aree protette, frutto di un’antropizzazione secolare che ne fa un territorio unico. Una grande mobilitazione sociale e culturale, e l’impegno della Sinistra, hanno sostenuto l’approvazione del Piano Paesaggistico che permette, finalmente, un’effettiva difesa e valorizzazione del paesaggio e dell’ambiente nel territorio regionale. Purtroppo, le pressioni lobbistiche hanno consentito di indebolirne o rendere inefficace l’applicazione in alcune aree di particolare pregio e vulnerabilità, situate principalmente nel territorio delle Alpi Apuane. Siamo impegnati a difendere e sostenere questo piano, ma anche a migliorarne i contenuti nelle parti ancora carenti, affinché l’interesse pubblico e i diritti collettivi possano prevalere sulla speculazione e sul profitto. 

In questo contesto non debbono mancare le opere diffuse di salvaguardia dei corpi idrici e di contenimento di movimenti franosi: il paesaggio toscano non è un regalo della natura, è il frutto di un paziente e lungo lavoro dell’uomo. La manutenzione e la cura del territorio diventano ancora più importanti nell’ottica dell’attuale cambiamento climatico che ci riserva improvvisi e imprevisti eventi atmosferici.

La Regione deve anche farsi carico della cura e della manutenzione del territorio, dalla pulitura degli argini dei fiumi (evitandone la cementificazione) a quella dei boschi: ciò contribuirebbe ad evitare i disagi e le inondazioni che colpiscono la Toscana ad ogni evento piovoso provocando danni economici consistenti a famiglie, lavoratrici e lavoratori e territorio.

Una Regione all’avanguardia è un territorio e una comunità che proteggono l’ambiente e difendono i diritti degli animali. In questi anni si sono fatti dei passi avanti, ma ancora troppo deboli. Oltre a promuovere una gestione faunistica che non sia in funzione delle lobby pro-caccia (come le deroghe al piano venatorio e l’uso di esche vive) ma rispetti gli ecosistemi, i boschi, i parchi e la vita; vogliamo una politica attiva che favorisca la ricerca senza l’uso di sperimentazione animale, la diffusione di diete vegan nelle mense pubbliche e in generale uno stile di vita più in sintonia con la natura.

Intendiamo farci carico di un progetto globale e partecipato per il territorio delle Apuane che costituisce un ambito territoriale, paesaggistico e, con i suoi giacimenti marmiferi, economico unico al mondo, attraverso la valorizzazione delle sue ricchezze naturali e dei saperi delle sue popolazioni. Un progetto che superi l’attuale, insostenibile sfruttamento della montagna, da parte di una cerchia di imprese monopolistiche del marmo e del carbonato di calcio.

Il paesaggio e l’agricoltura sono il biglietto da visita della Toscana nel mondo: va sviluppata la filiera corta in Toscana e dalla Toscana verso l’estero, con la diffusione su tutto il territorio dei mercatali dell’agricoltura tipica e di qualità, dei suoi lavorati da offrire ai nostri stessi concittadini e ai turisti che soggiornano.

È necessario favorire, anche attraverso progetti europei, l’accesso alla terra ed alle superfici demaniali sia per i giovani sia per disoccupati e inoccupati che chiedono di tornare a lavorare nell’agricoltura. Occorre inoltre agevolare la nascita e lo sviluppo delle giovani aziende agricole, aiutandole a munirsi delle dotazioni meccaniche necessarie alla loro attività. La regione può anche promuovere forme di gestione collettiva di terreni pubblici, come i Community Land Trust anglosassoni, sia nelle aree rurali, sia in quelle urbane. Fondi europei possono essere utilizzati anche per la riconversione di alcune lavorazioni da serra, che a volte sono inquinanti, consumano troppa energia e non sono tipiche del territorio toscano. 

La politica regionale dev’essere fortemente indirizzata al sostegno del reddito dei lavoratori e degli operai agricoli e florovivaisti. A livello europeo è in fase di negoziazione la nuova PAC (politica agricola comune): è necessario che tra i “pilastri” ci siano la difesa e la promozione della buona occupazione, la tutela e difesa dell’ambiente, lo sviluppo di progetti locali a sostegno delle tante piccole realtà agricole presenti nel territorio toscano.

Massimo impegno va posto al contrasto delle forme di sfruttamento lavorativo, con particolare attenzione al fenomeno del caporalato in agricoltura. Infine vanno sostenute le aziende, i lavoratori ed i sindacati attraverso finanziamenti ed interventi per la sicurezza dei lavoratori.

La Toscana vanta un’agricoltura di pregio i cui prodotti si distinguono per qualità e gusto. Lo sviluppo dell’agricoltura e la difesa del paesaggio devono andare di pari passo. Per questo vanno seguite con particolare attenzione le trasformazioni agrarie che interessano le grandi aziende, soprattutto vitivinicole, ad evitare interventi che snaturino il territorio.

Vogliamo difendere e sviluppare l’economia agricola regionale, perché solo questo garantisce di salvaguardare attivamente il paesaggio toscano.

Vogliamo favorire lo sviluppo di un’agricoltura contadina e sostenibile, con uno spazio sempre più ampio alle coltivazioni biologiche ed alle tecniche tradizionali, che costituiscono il valore aggiunto fondamentale per assicurare agli operatori un adeguato reddito. Ribadiamo il sostegno all’Agricoltura Biologica di piccola scala e all’agricoltura naturale, unica alternativa all’agricoltura industriale che sta distruggendo il pianeta e la sua popolazione. Proponiamo la valorizzazione di esperienze locali (come il Biodistretto del Monte Amiata e della Val d’Orcia) nei quali si stanno realizzando, con le piccole realtà locali contadine, ma anche turistico/recettive, gruppi d’acquisto e realtà anche commerciali a gestione famigliare, grazie alla legge regionale n. 51 del 2019, che molti contributi dal basso e il gruppo consiliare di “Sì, Toscana a Sinistra” hanno nel tempo contribuito a migliorare.

Poniamo attenzione sui rischi derivanti da esperienze, come quelli dei distretti agroalimentari (ad esempio in provincia di Grosseto), che rischiano di sperperare fondi a discapito delle piccole aziende contadine, mettendoli a disposizione di chi trasforma cereali e pomodori industriali.

Vogliamo tenere sotto osservazione l’attività florovivaistica, non solo quella delle grandi aziende produttive, ma anche quelle attività florovivaistiche a conduzione familiare ben più diffuse nel territorio e spesso fuori controllo. L’uso di fitofarmaci diserbanti e concimanti che viene fatto in tali siti produttivi, l’impatto che tali sostanze hanno sia sull’ambiente che sulla salute dei cittadini è spesso fuori controllo, mentre chiunque abbia una qualsiasi azienda agricola, anche fittizia, può entrare in possesso di dette sostanze potenzialmente pericolosissime anche per il fatto di essere appunto inodore. Rischia di figurarsi un vero allarme ecologico che non può più essere eluso (vedi inquinamento delle falde acquifere come una delle possibili cause di tumori rari).

Occorre costruire una visione che permetta un salto di qualità anche nella distribuzione dei prodotti agricoli. Oggi, nonostante la presenza di collegamenti del mercato contadino, come dei GAS e di altre esperienze che collegano le varie piccole produzioni, resta comunque in una situazione di nicchia, lontano dal poter presentare i prodotti negli scaffali della distribuzione locale. Uno dei fattori principali è quello di non poter fornire quantità sufficienti. Pensare che tutti i produttori di determinati si possano collegare in cooperative o Consorzi o altri tipi di associazioni che pur si stanno sperimentando, per la coltivazione (acquistando macchinari funzionali che possano servire a più coltivatori nella stessa zona), programmando qualità e specie da coltivare, ricercando eventuali spazi per la conservazione e per la trasformazione, significherebbe avere un programma per costruire un modo sano di produrre cibo e di poter diffondere su una scala ben più vasta l’uso di questo cibo ed il concetto di rispetto della terra e dei cicli naturali.

Infine, occorre ipotizzare anche la nascita di un “centro studi” sull’agricoltura, magari all’interno di quel primo “Distretto rurale” designato dall’Europa, che è la Maremma. Un centro studi che potrebbe occuparsi di un’indagine seria sui fitofarmaci, sull’uso delle acque, sui vigneti, e soprattutto su quali strade percorrere per il salto di scala della piccola realtà contadina. 

Per questo lottiamo per la riconversione integrale della base militare di Camp Darby, oggetto di storiche manifestazioni per la pace, ad uso civile e la restituzione piena alla cittadinanza del territorio di ben 800 ettari di pineta e di macchia mediterranea, inserendola all’interno del Parco di San Rossore. Similmente vorremmo che altre strutture militari possano essere utilizzate o maggiormente utilizzate anche per scopi civili (vedi l’aeroporto di Grosseto). In questo ambito è fondamentale evidenziare che il territorio tra l’aeroporto militare di Pisa, il canale dei Navicelli, Camp Darby e il porto di Livorno si è come costituito un asse strategico per la logistica del rifornimento di munizioni del quadrante mediterraneo e mediorientale, facendo della costa ovest della Toscana un territorio di guerra. Un asse che vogliamo smantellare.

Dimensione 5: Territorialità

Non esiste una Toscana, ma ne esistono molte. Sicuramente non possiamo limitarci a descrivere le dieci province toscane, ma neanche i 273 comuni della regione corrispondono ad altrettante particolarità. Non a caso, all’interno anche di un piccolo comune esistono frazioni e borghi dalle spiccate peculiarità uniche e irripetibili. Tutte queste differenze, esaltate anche da una storia spesso di indipendenza vera e propria per molte realtà locali, necessitano una cura e un’attenzione particolari. Troppo spesso invece le attenzioni della politica di concentrano spesso sui grandi centri urbani (e spesso sui soli “centri” cittadini di questi “centri”), oppure in realtà specifiche inserite nei circuiti turistici internazionali. Ma la Toscana è molto di più. E merita di più. 

1.    Un impegno straordinario per le periferie e contro la mercificazione dei centri storici

Gran parte della popolazione toscana vive, lavora, studia nelle periferie dei piccoli e grandi centri storici, aggregati urbani quasi sempre anonimi, privi di spazi sociali pubblici. di arredo urbano e adeguati spazi verdi dove socializzare, incontrarsi, praticare sport non agonistico. 

Mentre oggi assistiamo a tanta attenzione per i mille campanili della Toscana, per la valorizzazione della sua identità storica, ma tutti gli interventi sono finalizzati allo sfruttamento turisti co dei centri storici minori (in aggiunta alle città d’arte famose). Da decenni invece registriamo poca attenzione per le condizioni materiali in cui oggi vivono la stragrande maggioranza cittadini toscani.

Occorre invertire la rotta, la riqualificazione delle periferie deve essere una priorità del prossimo mandato.

Piano straordinario di forestazione urbana: combattere il riscaldamento climatico con un piano di alberature di strade e lungo fiume, di piazze e aree a parcheggio, costruire la rete delle isole di verde (individuate e realizzate con percorsi partecipativi delle cittadine e dei cittadini, e poi consegnati all’autogestiti) e dei giardini pubblici diffusi in ogni quartiere dove incontrarsi e sostare, in con i grandi parchi toscani 

Stop al consumo di suolo anche nelle aree urbanizzate: recupero del patrimonio inutilizzato, anche per favorire interventi di riequilibrio dei quartieri fortemente urbanizzati, senza consumo di suolo. Proprio perché la Toscana si è sempre caratterizzata per l’approvazione di belle leggi in urbanistica e poi per le successive pessime applicazioni, istituzione di un Osservatorio sulle Trasformazioni Urbane partecipato direttamente dai territori per la verifica, ed eventuale denuncia, delle caratteristiche degli interventi di trasformazione 

Oggi occorre porre un alt definitivo al consumo di suolo agricolo anche nel caso di nuove opere pubbliche che devono essere realizzate tramite recupero del patrimonio inutilizzato, E quando dimostratasi l’impossibilità di questa pratica esigere la compensazione ecologica con il recupero a destinazione naturalistica delle cubature equivalenti alla nuova opera pubblica! 

Piano di riuso del patrimonio pubblico dismesso per dare casa a chi non l’ha e spazi per attività sociali e culturali di quartiere favorendo il protagonismo questi o dei residenti e l’autogestione, spazi per la sperimentazione e l’avvio di attività lavorative che certo non potrebbero nascere sotto il peso dei canoni della speculazione immobiliare.

Un patrimonio dismesso o dismettibile, anche di qualità architettonica, che deve diventare il volano della riqualificazione delle periferie, di un nuovo equilibrio dei pesi urbanistici nei centri abitati, impedendone così l’abbandono al degrado e all’incuria generale, o peggio ancora ai soli appetiti speculativi che si traducono in soluzioni intensive che aggravano le contraddizioni che oggi scoppiano nelle aree urbanizzate.

Piano di riuso del patrimonio edilizio esistente, di proprietà privata, che può essere recuperato e risanato, a condizione che non aggravi l’impronta ecologica, non produca saturazione e peggioramento dei carichi urbanistici e della qualità di vita urbana. Diciamo basta alla speculazione edilizia ed immobiliare: Non sono più ammissibili cambi di destinazioni per ennesime speculazioni, alberghi a 5 stelle, centri commerciale o altro.  Si può e si deve recuperare il patrimonio privato dismesso, si può cambiare destinazione a condizione che l’operazione sia compatibile con una riduzione del consumo di suolo (ritorno a vocazione naturalistica di parte di esso), al miglioramento  urbanistico del quartiere circostante,e un contributo alla risoluzione dei bisogni emergenti e cronici (case popolari) Un recupero che deve essere improntato all’alleggerimento dell’impronta ecologica in netta contrapposizione a quanto avvenuto fino ad oggi dove il privato ha sempre recuperato aumentando  e aggravando tutti i carichi urbanistici. 

Piano di difesa dei centri storici e ritorno alla residenzialità. La pandemia ha profondamente colpito anche l’economia dei centri storici dove la rendita immobiliare e finanziaria già aveva espulso I residenti trasformando gli appartamenti in B&B. Contemporaneamente, mentre la popolazione residente è espulsa nelle periferie, i centri storici vengono trasformati a solo uso e consumo del turismo di massa, finendo spesso per assomigliare a delle Disneyland a cielo aperto, centri urbani preziosi svuotati dall’anima sociale e culturale, trasformati in musei e ridotti ad outlet: strade fast-food e negozi turistici di pessima  qualità. Città fantasma nel periodo del lockdown, vuote di turisti e vuote di abitanti! 

CI vorranno anni per tornare ai precedenti livelli di presenze turistiche, ma dobbiamo invece cogliere questo tempo per sviluppare politiche di superamento del turismo mordi e fuggi, vorace e distruttore dell’identità sociale e culturale a partire da incentivi per il ritorno alla residenza nei centri storici e lo sviluppo di attività lavorative di qualità. In altri paesi si è già imboccato questa strada come a Lisbona, capitale del Portogallo e importante metà turistica. Proprio per il vuoto determinato dal COVID-19 la municipalità ha incentivato con aiuti concreti il ritorno alla residenza degli alloggi B&B.

  • 2.    Un impegno straordinario per le aree montane e le isole

Ecco le nostre proposte affinché i territori montani e disagiati come le isole non siano più considerati marginali:

  1. Gran parte di questi ricadono all’interno di SIC o SIR, siti di interesse comunitario e regionale, ma questi strumenti non sono operativi ma soltanto previsioni urbanistiche e laccioli per le attività e le iniziative che abbiano una qualche incidenza ambientale. Questo perché la Regione non ha istituito i soggetti gestori e programmatori di questi strumenti, né ha previsto degli investimenti. Vanno subito istituiti i Comitati di gestione con strutture tecniche e dirigenziali e risorse economiche; ciò è fondamentale, soprattutto in vista degli ingenti fondi europei previsti per il 2021. Questi organismi potranno e dovranno rapportarsi con Comuni, Associazioni e cittadini per la predisposizione di progetti di manutenzione del territorio, di gestione sostenibile dei castagneti e dei boschi, dei percorsi turistici dolci, a piedi, in bici ed a cavallo e dell’accoglienza nei piccoli borghi.
  2. Una fiscalità specifica e di vantaggio per chi abiti e lavori nelle aree più disagiate e poco abitate: una riduzione o eliminazione delle addizionali regionali (intascate a fronte di pochi o zero servizi), istituzione di zone a tassazione IVA ridotta per favorire le attività commerciali e turistiche, defiscalizzazione dei servizi di trasporto pubblico.
  3. Un piano di riassetto idrogeologico e per la tenuta e la tutela della sicurezza complessiva del territorio montano, come specificato nelle Dimensioni Lavoro ed Ecologia.
  4. Sviluppo di iniziative per il turismo “lento”: realizzare un Progetto regionale ed una rete dei percorsi storici e naturalistici con progetti di formazione di guide ambientali per giovani, in maniera rispettosa della storia e della specificità locale. Integrazione con le reti europee dei Cammini.
  5. Sostegno all’agricoltura rurale e di sussistenza con finanziamento di progetti di recupero di varietà agricole e boschive tradizionali e la concessione in comodato gratuito di edifici ed aree demaniali inutilizzati e a rischio di abbandono e/o speculazione edilizia. Incentivare la ricerca in materia anche attraverso la collaborazione con Istituti pubblici e Università.
  6. Finanziamenti delle Associazioni locali che svolgono essenziali funzioni sussidiarie dei servizi pubblici non presenti o carenti nelle zone in cui operano. 

2.1 L’Elba, la grande isola lasciata sola

Un caso particolare di marginalità piuttosto rilevante è quello dell’isola d’Elba, anche in virtù di centro di riferimento di tutti i cittadini e le cittadine dell’arcipelago toscano.

Infatti alle problematiche generali dovute alle sbagliate politiche su sanità, trasporti infrastrutturazione,politiche del lavoro, tutela ambientale, si sommano specificità del territorio insulare elbano, che andrebbero seguite con una struttura ad hoc nell’ambito della Regione.

Le sofferenze del territorio sono molteplici ed in molti casi interdipendenti; è urgente trovarerisposte ai singoli problemi mantenendo una visione unitaria e coordinata delle soluzioni.

Come attestato da autorevoli studiosi, un cittadino residente all’Elba deve subire in casodi problemi cardiaci un rischio di mortalità doppio rispetto a quello nazionale, proprio a causa deldilatarsi dei tempi di intervento sanitario.  Nonostante le donazioni degli elbani la Regione non intende dotare l’isola di posti di terapia intensiva, cosa incomprensibile visti i problemi derivantidalla insularità. Occorre superare la visione “elicotterocentrica”; che ha – al di là di interventi difacciata che nulla hanno risolto – ispirato le politiche Regionali ed Aziendali e rafforzare e darecontinuità ai servizi ospedalieri e territoriali dell’isola.

Sulla tema trasporti la questione Toremar è probabilmente uno dei nodi principali e più delicati cheil territorio dell’isola si trova ad affrontare in questo periodo, vista l’importanza della posta ingioco, visti i settori che risultano toccati dalle decisioni che verranno assunte nel prossimofuturo.Sonoinfatti in discussione aspetti fondamentali come il diritto alla mobilità delle cittadine e cittadinielbani, la salvaguardia dei posti di lavoro (più di 180 unità), la continuità territoriale, leripercussioni che potrebbe avere il nostro sistema economico e turistico, a seconda del tipo discenario che si verrà a creare.La privatizzazione è stata un gravissimo errore e si è rivelata un limitesia per il diritto alla mobilità degli elbani che per il turismo. Occorre procedere subito alla re-pubblicizzazione della TOREMAR eventualmente creando una public company con Regione edEnti Locali valutando anche il contributo delle forze produttive presenti sul territorio. Nel contemposi deve assicurare il mantenimento dei livelli occupazionali nel settore con riferimento alla crisi della Moby Lines sulla quale nessuna delle altre forze politiche ha mai preso posizione in questi anni. È necessario creare un tavolo regionale che affronti problemi ed alternative, che una volta per tutteaffronti anche il problema del coordinamento della Intermodalità di trasporto (nave-treno-gomma) edella sua integrazione oraria efficace e che garantisca maggiori coperture di fasce orarie.

Sul tema scuola: anche in questo caso si sommano ritardi di carattere generale alla situazionespecifica della realtà insulare. In questo senso vanno portati avanti interventi diretti einterventi legislativi – in alcuni casi già predisposti, anche con il supporto di comitati locali – chediano risposte concrete, vista anche la fase delicatissima del nuovo anno scolastico in tempi dipandemia.

Su ambiente e sviluppo economico ci opponiamo a interventi inutili, costosi ed impattanticome il dissalatore mentre siamo favorevoli a predisporre un piano ad hoc – viste le specificità – per l’Elba e laToscana insulare relativo a green economy, promozione turistica e inversione di tendenza allacementificazione. Invece che indulgere verso una “tifoseria pro o contro il dissalatore” vannoprevisti investimenti per affrontare e risolvere i veri problemi delle acque dolci dell’Elba: ripristinoefficienza delle condutture (comunque essenziali anche con il dissalatore), strutture di captazionedelle acque dolci libere, depurazione diffusa (legge che riguarda anche le strutture ricettive) conrecupero delle acque quasi-potabili. Sul problema dell’erosione delle spiagge vanno evitati inefficaci interventi occasionali a pioggia e finanziare un progetto-quadro che definisca prospettivee soluzioni. Va pensata, anche con strumenti economico finanziari e fiscali di vantaggio lacreazione di una filiera turistica integratal’agricoltura, l’etnogastronomia (il turismo gastronomico), la cultura e l’archeologia (dagli etruschiad oggi), sport e didattica associati al mare, alla flora e fauna, al trekking, alla nautica. Anche con ilrecupero di spazi per dare visibilità alle produzioni artigiane e agricole locali. Quello cheproponiamo è un vero e proprio progetto pilota che faccia dell’Elba un incubatore di economiacircolare multidisciplinare, e cioè che trasformi in elemento di forza il fattore di aggravamento edebolezza che politiche sbagliate per un ambito insulare hanno generato, o almeno aggravatorispetto al territorio regionale in generale. 

L’Elba non può farne a meno e se lo merita, trattandosidella terza isola italiana!